PIÚ PIL-O PER TUTTI? LA FELICITÀ-L’INFELICITÀ

[…] chi parla di giusto ed ingiusto, chi invoca giustizia, rimane per lo più interdetto se gli si chiede che cosa intende dire con quella parola. Eutifronte, nel dialogo platonico, sentenzia: «È giusto e pio quello che faccio io!». Credo però che l’espressione più illuminante si trovi nelle parole del poeta: «Umano sei, non giusto». (Ingegneria della felicità, Silvio Ceccato, p. 37)

PIÚ PIL-O PER TUTTI? LA FELICITÀ-L’INFELICITÀ
Annibale Ruccello provò a descrivere la solitudine di Jennifer. Lei-lui, che attende il fantomatico Franco … Gli omicidi seriali. La vicina ficcanaso e noiosa che, infine, si accorge della inesistenza di Franco grazie a una foto: non c’è, non esiste, la cornice che la contiene è vuota. Non era vuoto il cuore della Jennifer di Annibale Ruccello, seppure fosse sola. Era davvero sola? La sua mente l’aiutava nella ricerca della compagnia? Sbagliava a dichiararsi innamorata di una ombra senza corpo che la proiettasse? C’era almeno la luce che avrebbe potuto materializzare un corpo da amare? Nessuna risposta. Una sola considerazione. Non sarai mai sola, dolcissima creatura, tenerissima Jennifer, in realtà, giacché il testo è continuamente rappresentato ed è attualissimo. Domanda: ma la solitudine, se il portafogli è pieno, è diversa dalla solitudine di chi il portafogli neppure ce l’ha? La risposta, da alcuni punti di vista, non la sa neppure il vento. Tralasciamola, giacché il tema lo si potrebbe riaffrontare dopo la lettura di Ingegneria della felicità. È un libro di Silvio Ceccato, non nuovissimo. Il titolo si ispira a una definizione dell’ungherese, naturalizzato britannico, Dennis Gabor, premio Nobel per la Fisica. Inventò l’olografia. In sintesi, Silvio Ceccato insegna che l’infelicità possa dipendere da un uso distorto della mente. Conoscerne i meccanismi di funzionamento agevolerebbe l’individuazione della giusta via per imboccare quella della felicità. Come farlo? L’autore analizza la mente, sforzandosi di immunizzare i grandi e piccoli nemici celati nei sui meandri. Per questo elabora una macchina che ride, recita, scodinzola … Naturalmente: ama e odia pure. Si tratta di un viaggio intorno agli elementi della cibernetica, dal linguaggio alla mente, ovvero la nostra cabina di regia, finendo alle macchine. È un periplo avvincente che dà benessere già solo leggendo e sorridendo più volte.
L’INCIPIT
Dammi del tu.
Di solito, parlando di «sociale» e di socialità si pensa a qualcuno ben disposto verso gli altri, che li rispetta, anzi con essi scambia attenzioni, favori, etc.. Ma già la parola «società» allontana da questa intenzionalità positiva. Abbiamo le lotte sociali. Come potrebbe essere? Allora si è portati piuttosto a pensare a persone che si raggruppano. Ma la situazione, all’indagine più curiosa, ancora non può sentirsi soddisfatta. È un raggrupparsi per trovarsi insieme in un certo luogo. Con distanza di un metro, cento, mille? I gruppi di nomadi nel deserto formano tra loro una società? E poi, anche trovandosi vicini, siamo sicuri che in un miscuglio di bianchi e neri e gialli, si avvertirebbe tutti l’appartenenza ad «una» società, la stessa?
Viene in mente lo scambio. Ci si influenza reciprocamente? Ma come? Più esseri viventi in un luogo chiuso modificano certe proprietà dell’aria, componenti, temperatura, umidità etc. Ma questo verrebbe fatto anche se con gli uomini convivessero gli animali. Basta dunque lo scambio a fare una società?
Tra le tante considerazioni che lasciano a bocca aperta: A volte l’uomo si stupisce sentendo per la prima volta il richiamo di un vecchio detto siciliano: «La bara non ha le tasche».

 

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