PER CONOSCERE TINA MODOTTI-CUBA-QUINTAVENIDA

Tina Modotti; ritratta da Edward Weston

RIVOLUZIONI ED EMANCIPAZIONE IN 24 ORE?
Almeno della mente: si

TINA MODOTTI-LA FOTOGRAFIA-LA MUSICA
QUINTA AVENIDA-REINA TORRES-STEFANO GUASTELLA

Possono bastare 24 ore per creare un evento che ti coinvolge davvero, che ti estirpa dal torpore, che ti ridà vitalità ed entusiasmo, che ti fa sentire migliore e rivalutare il vuoto del giorno prima? Per quanto non sia mai opportuno generalizzare, la risposta è: “si”. Deve essere “si”. Non è forse così che nascono occasioni inattese, i grandi amori e forse i grandi cambiamenti sociali? Può bastare un incontro casuale, svoltare un angolo e imbattersi in un volto, in un libro, in un brano musicale, in una fotografia smarrita da qualcuno e ti cambia la vita. Certo, poi occorre essere concreti, magari si deve fare appello alla tecnica, alla conoscenza, alla pianificazione. Talvolta accade anche che non devi fare altro che ammirare il risultato.
Accade anche nell’apprendimento di un mestiere, se si vuole di una “arte”: leggi, approfondisci, sperimenti, provi, riprovi, chiedi consigli, studi i grandi “Maestri”, quelli che spesso rifiutano tale definizione, ti metti alla prova con una mostra, qualora si tratti di fotografia, e guardi i volti degli amici. Ti serve, eccome se ti serve!, sapere che ne pensano. I loro volti possono bastare a comprendere se quella sia o meno la strada giusta o sia, invece, necessario virare verso un altrove ancora ignoto per giungere chissà dove.
Tutto ciò attiene anche al tema della crescita personale. È un tema caro a molti napoletani, ma anche a molti giovani nel mondo che hanno superato la soglia dei pregiudizi e le barriere. Emerge, ed è la prova della consapevolezza dei compiti che ci si assegna, pure da una mail che ci ha scritto Modestino Picariello (http://sirenapartenope.blogspot.com/p/chi-siamo.html). Crediamo sia l’obiettivo anche di altre due giovani napoletane, Simona Nadalin Zanon e Barbara Ruggiero, che con Modestino animano un blog partenopeo definibile “politicamente corretto senza strombazzamenti”, che ci pare vada direttamente al cuore: di Napoli va detto tutto ciò che non sia luogo comune. Ce ne sono altri e speriamo vivamente che ce ne saranno sempre di più.
Crediamo che tutto ciò, quel che stiamo tentando di scrivere e ciò che si legge in controluce, sia stato presente nella vita di Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini ovvero TINA MODOTTI (Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942). Non è difficile dire sinteticamente quanto sia stata grande, sia umanamente che come fotografa. Fu anche operaia, sarta, modella, attrice famosa e ammirata dagli italiani emigranti transoceanici e non solo, giacché la fama divenne planetaria per meriti incontestabili. E non deve sorprendere se di lei stessa scrisse: “Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.”
Ci pare, questo atteggiamento, un appello alla modestia, alla obiettività. Tutto sommato nessun essere umano inventa davvero. È la natura che lo ha fatto e lo fa elaborandosi-evolvendosi; si tratta solo di saper “vedere”. E nella fotografia ciò vale ancora di più. Lei seppe “vedere” a livelli incommensurabili, come documentano le sue fotografie.
E veniamo alla ragion d’essere di questo articolo: è bastato un attimo, non 24 ore, per collegarci mentalmente con REINA TORRES. È una cubana che ha prodotto uno studio emozionante e profondo su Tina Modotti. Inizia con un telegramma che a Tina scrive JULIO ANTONIO MELLA. È datato 11 settembre 1928. Così, con una dichiarazione di amore riconfermato, partita da Veracruz, Reina ci trascina indietro nel tempo, trasportandoci nel mondo di Tina Modotti.
Le parole di Julio Antonio Mella, come quelle utilizzate da Reina Torres per farci conoscere meglio entrambi e il periodo raccontato, sono particolarmente emozionanti e conservano integralmente la loro musicalità anche nella traduzione di Stefano Guastella, responsabile della Sezione Cultura del web contebitore Quintavenida. Questo è l’incipit:
“Mia cara Tinissima:
Può essere che per te possa sembrare una imprudenza il telegramma, dato che sei abituata a riempirti di stupore per tutto quello che accade tra di noi. Come se il fatto di amarci, fosse il crimine più grande che abbiamo commesso. Nonostante questo, non c’è niente di più giusto, naturale e necessario per le nostre vite… Credo che oggi perderò la ragione. Ho pensato con troppo dolore in questi giorni e oggi sono ancora aperte le ferite che mi ha prodotto questa separazione, la più dolorosa della mia vita.”
Si può leggere il resto qui: http://www.5av.it/cultura-cubana/110-gocce-di-tina-gotas-de-tina/2269-julio-antonio-e-tina-uniti-per-sempre-in-gennaio-1a-parte.html.

Tina Modotti, attrice.

LA MERAVIGLIA

Abbiamo provato ammirazione e sopresa per lo studio di REINA TORRES.
Ciò ci ha indotto a pescare nella nostra esperienza, nel nostro “rapporto” ideale con Tina Modotti. Sono ancora fresche le suggestioni rimaste nella mente grazie alla lettura del libro di PINO CACUCCI, TINA, che è insieme una biografia e un romanzo capace di restituire una Tina dapprima attenta osservatrice con il solo sguardo, poi fotografa del suo mondo, di quel mondo complesso; e poi una furia attivissima e direttamente coinvolta nei movimenti emancipatori di massa. Avevamo anche ricercato e ammirato nel web le sue fotografie, i suoi scatti, le sue “Calle” e i volti di bambini.

"Calle", famoso scatto di Tina Modotti.

Ragazzi della colonia Bolsa, México, 1927, Tina Modotti.

Era, inoltre, giunta a Bologna una apprezzata mostra fotografica e una di noi aveva dedicato a TINA una foto nel concorso indetto dalla Università di Bologna dal significativo titolo SENZA POSA. Avevamo ascoltato anche reiteramente la canzone di Massimo Bubola e utilizzato un verso come didascalia della foto che si può ancora vedere qui: http://www.unibo.it/senzaposa/foto.php?foto=1590.
E avevamo scritto un articolo il primo maggio 2010. Ciò pareva sufficiente, nonchè simbolicamente stimolante, per poter spedire una mail a Quintavenida. Questo il senso: “Ci complimentiamo con Reina Torres per lo studio su Tina Modotti. Anche noi ce ne siamo occupate…”.
Stefano Guastella, malgrado fosse oberato di impegni per futuri e ormai prossimi eventi, ci ha risposto così: “(…) E’ un piacere aver ricevuto i vostri lavori a cui daremo una collocazione adeguata sul nostro web_container. Purtroppo, ancora non ho avuto il tempo di leggerli, ma lo farò presto.
Mi soffermo sulla vostra e-mail sul post su Tina Modotti. Visto che a L’Avana andremo in visita alla biblioteca Tina Modotti, su invito dei responsabili della biblioteca. Dato che avevamo già in cantiere di portare alcuni lavori su di lei, come testimonianza della vicinanza di quintavenida, espressione italiana di diffusione sul web di cultura del Paese caraibico e di amicizia tra due nazioni, ci piacerebbe leggere i vostri lavori su Tina Modotti ed, eventualmente, portarne una copia alla biblioteca cubana (oltre a quanto già in cantiere da 5av).
E così, anche noi prontamente, e ben prima che spirassero le fatidiche 24 ore, abbiamo spedito l’articolo e la fotografia di cui si è detto.
Allo scoccare delle 24 ore Stefano Guastella ci ha comunicato che era stata effettuata anche una prima traduzione ed erano, altresì, state apportate le opportune correzioni all’esergo, da noi utilizzato appposta per Quinta Avenida: l’epitaffio di Pablo Neruda.
Quel che segue è:
– il testo della mail spedita da Stefano Guastella a Reina Torre e a noi;
– il nostro articolo con il testo della canzone di Massimo Bubola;
– la traduzione dell’articolo che immaginiamo sarà consegnato anche alla biblioteca “Tina Modotti” all’Avana.

LA MAIL DI STEFANO GUASTELLA-QUINTAVENIDA

Estimada Reina,
he recibido de dos jóvenes artistas italianas, son dos hermanas y se llaman Alessia y Michela, un artículo dedicado a Tina .
Este artículo fue realizado por ellas, escuchando una canción de un compositor y cantante Italiano, Massimo Bubola.
Este cantante, que no es muy famoso, ha pero realizado una canción titulada “Tina” y dedicada a esta Mujer.
Me lastima que tu no pueda escuchar la canción, porque tiene un texto y una música que es maravillosa.
(Se podría escuchar en Internet, pero se cuanto es lenta la conexión en cuba…)

De todas maneras, yo he traducido en español el artículo que han realizado estas dos muchachas, porque quisiera publicarlo en Quintavenida,
a lo mejor en la misma esquina “Gotas de Tina”.
Tu sabes que pero yo soy tan bruto en escribir español, que me gustaría que tu revisara el Texto, para publicarlo correctamente.
Te envío el artículo, junto a este mensaje y podrás leer también las palabras de la canción.
Una vez que el texto sea revisado, ademas de publicarlo en Quintavenida, quiero enviarlo también a Carlos Castro, de la Biblioteca “Tina Modotti” en Alamar.

te enviamos un saludo y un abrazo desde Italia,
Stefano, Yanitcia y los niños

L’ARTICOLO SU TINA MODOTTI

Tina Modotti hermana,
no duermes, no, no duermes.
Tal vez tu corazòn oye creecer la rosa
de ayer, la ultima rosa de ayer, la nueva rosa.
Descansa dulcemente, hermana

Puro es tu dulce nombre, pura es tu frágil vida.
De abeja, sombra, fuego, nieve, silencio, espuma,
de acero, línea, polen, se construyó tu férrea
tu delgada estructura

Epitafio de Pablo Neruda

Tina Modotti sorella non dormi no, non dormi.
Forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella

Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita.
Di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, fu costruita la tua ferrea e delicata struttura.

Epitaffio di Pablo Neruda.

TINA
Un cuore di donna mai morto
Di Alessia e Michela Orlando

Quando Massimo Bubola lascia andare la sua voce ed è, ormai, liberata nell’etere, ti accorgi che lo fa solo per dire “TINA”.
Basta.
Ti dimentichi del sottofondo, delle vibrazioni delle corde di chitarra, delle note musicali. È già inevitabile lasciarsi rapire da una irresistibile corrente ascensionale. Da lassù, dal vertice in cui ti trasporta in un attimo, non puoi fare altro che orientare lo sguardo verso il passato. Ti sembra già di “vedere” le miserie che lei vide e fotografò, indignata. Ascolti, poi, le parole successive: “TI SEGUIRÒ” e comprendi che quel verbo, declinato al futuro, adombra vicende non ancora concluse. Segui il viaggio in cui ti trascina il cantautore Massimo Bubola: è quello in cui è stato coinvolto a sua volta dalla storia di TINA. Nel cervello si fa spazio una idea: la morte non ha estinto il suo entusiasmo. Forse Tina sogna ancora. E allora occorre orientare lo sguardo verso il futuro. È lì, in quello spazio fin qui analizzato, quello che di certo offre solo ciò che è già stato, ma che non ha visto estinguersi le idee di Tina Modotti, spostandoti verso il futuro, che trovi una miniera di suggestioni.
E ti puoi chiedere: Tina non c’è più? Il dubbio è fugato osservando le immagini che conosci: le foto che scattò e quelle in cui ella stessa compare; i fiori; il suo corpo nudo, disteso, languido e materno, intenso così quanto attraente dovette certamente essere; la bandiera che copre quasi integralmente il corpo e sottolinea l’incedere maestoso, la marcia orgogliosa verso una società giusta; le mani di donna che lavano, lavorano, sottolineando il drammatico contrasto del bianconero; penetri con lo sguardo tra le ombre e la brillantezza del bianco di un indumento stropicciato, spinto energicamente contro una pietra, per eliminare lo sporco, detergerlo, ripristinarne la pulizia.

Intanto la voce di Massimo Bubola ti accompagna in un sogno fatto di vino rosso, di domande, di richieste. Ti ricordi di Edward Weston. Ti ricordi di lei operaia, attrice e fotografa. Ti ricordi di lei che ama definirsi solo “fotografa” e non artista. Ti ricordi di lei con Frida Kalho e Diego Rivera. Ti ricordi di lei che ritorna in Europa. Ti ricordi che fugge ancora, ancora e ancora in incognito. Ti ricordi dei volti di bimbi che fotografò, che impressionarono le pellicole e i cervelli di chi ebbe modo di vederli. E li cerchi; e li cerchi ritrovandoli quei volti sofferenti eppure nobili: figli di lavoratori, forse di emarginati, simboli di storie che le diedero forza e la motivarono. E se è vero che Tina non potremo seguirla, non potremo mai più farlo, si potrà percorrere la strada, anche quella davvero “artistica”, malgrado non amasse definirla tale, che lei indicò con costanza, fino all’ultimo respiro. La strada c’è ancora, è segnata per sempre e ti costringe a notare le ingiustizie e le miserie: ci sono anch’esse.
TINA
(parole e musica di Massimo Bubola)

Tina, ti seguirò lungo
quelle strade in Messico
Tina, ti scriverò quando
A San Francisco arriverò
Dimmi che luce c’è laggiù
Qui ormai non la ritrovo più
Dimmi che luna guardi tu
Quella che io vedo non lo è più
Tina, con te io ballerò su quelle terrazze in Messico
Tina, la musica e poi, il vino rosso, i baci, il buio e noi
Dimmi che sogni sogni tu, io da un po’ lo sai
non dormo più
Dimmi le foto che farai, che verità e bellezza fermerai
Tina, ti fisserò dentro quelle piazze in Messico
Tina, io non lo so se prima di Natale tornerò
Dimmi che non mi aspetterai
Che il tempo è sempre vivo e tu vivrai
Dimmi che non ti sazierai
Del mio cuore che è poco,
poco ormai

Bologna, primo maggio 2010

UNA PRIMA TRADUZIONE IN SPAGNOLO DELL’ARTICOLO “TINA – UN CUORE DI DONNA MAI MORTO.”

Tina Modotti hermana,
no duermes, no, no duermes.
Tal vez tu corazòn oye creecer la rosa
de ayer, la ultima rosa de ayer, la nueva rosa.
Descansa dulcemente, hermana

Puro es tu dulce nombre, pura es tu frágil vida.
De abeja, sombra, fuego, nieve, silencio, espuma,
de acero, línea, polen, se construyó tu férrea
tu delgada estructura

epitafio de Pablo Neruda.

TINA
Un corazón de mujer que nunca murió
Por Alessia e Michela Orlando – Traducción de Stefano Guastella y Reina Torres

Cuando Massimo Bubola deja ir a su voz, librando en el aire, te das cuenta que solo hace para decir “TINA”
¡Y ya!
Te olvidas del fondo musical, de las vibraciones que provienen de las cuerdas de la guitara, de las notas musicales. Es inevitable dejarse transportar por una irresistible corriente ascensional. Desde lo alto, desde la cumbre donde te lleva en un momento, solo puedes orientar tu mirada hacia el pasado.

Ya te parece “ver” las miserias que ella vio y fotografió, indignada.
Escuchas, después, las siguientes palabras: “Te seguiré” y entiendes que aquel verbo, dirigido al futuro, sombrea hechos todavía no concluidos.
Estás siguiendo el viaje en el que te arrastra el cantante y compositor Massimo Bubola: es aquel viaje que ha involucrado el mismo Massimo, atraído por la historia de Tina.

En tu cerebro crece una idea: la muerte no ha terminado su entusiasmo. Tal vez Tina todavía sueña. Y entonces es necesario orientar la mirada hacia el futuro.
Y es ahí, en aquel espacio analizado hasta aquí, que por supuesto ofrece solo lo que ya fue, que pero no ha visto apagarse las ideas de Tina Modotti,
en aquel espacio que te mueve hacia el futuro, que encuentras una cantidad de emociones.
Y puede ser que tu te preguntes: “¿Tina ya no existe?”.
La duda se aleja mirando aquellas imágenes que y conoces: las fotos que ella tiró y aquellas donde ella misma aparece; las flores, su cuerpo desnudo, distendido, lánguido y materno, intenso, así cuanto atractivo seguramente fue; la bandera que cubre, en manera casi completa a su cuerpo, y destaca a su andadura majestuosa, la marcha orgullosa hacia una justa sociedad; las manos de mujer que lavan, trabajan, resaltando el dramático contrasto del blanco y negro; te penetras con tu mirada en el brillo de una blanca prenda arrugada, empujada enérgicamente contra una piedra, para eliminar el sucio, limpiarla, para restablecer el blanco original.

Al mismo tiempo, la voz de Massimo Bubola te acompaña en un sueño hecho de vino tinto, de preguntas, de peticiones. Te acuerdas de Edward Weston. Te acuerdas de ella como obrera, actriz y fotógrafa. Te acuerdas de ella, que ama definirse solo “fotógrafa” y no artista. Te acuerdas de ella, junto a Frida Kalho y a Diego Rivera. Te acuerdas de ella que vuelve a Europa. Te acuerdas que huye, todavía y una vez mas, en incógnito. Te acuerdas los rostros de los niños que fotografió, que dejaron sus trazas sobre la película y los cerebros de quien pudo verlos. Y estás buscándolos; y después encuentras aquellos rostros, llenos de sufrimiento y nobles al mismo tiempo: hijos de trabajadores, quizás de marginados, símbolos de historias que dieron fuerza y que motivaron la historia.

Y si es verdad que no podremos seguir a Tina, que nunca podremos hacerlo, podremos pero seguir el mismo camino, también aquello “artístico”, aunque ella no le gustara llamarlo así, que ella nos indicó, constantemente, hasta el último aliento. Aquel camino siempre está ahí, tiene una traza eterna que te obliga a ver las injusticias y las miserias: hacen parte del mundo.

TINA
(palabras y música de Massimo Bubola)

Tina, yo te seguiré
por aquellas vías en México
Tina, yo te escribiré
cuando A San Francisco llegaré
Dime que hay luz donde tu estás
aquí ahora ya no la encuentro mas
Dime cual es la luna que tu miras
La que yo veo no existe mas
Tina, contigo bailaré,
en aquellos balcones en México
Tina, la música y después,
el vino tinto, los besos, la noche, y los dos
Dime que sueñas, que tu sueñas,
ya sabes que yo, no duermo más
Dime las fotos que tu harás
cual verdad y belleza capturarás
Tina, yo te fijaré adentro aquellas plazas de México
Tina, yo no sé
si antes de Navidad volveré
Dime que no me esperarás
Que el tiempo siempre es vivo y tu vivirás
Dime que no te saciarás
De mi corazón, que es muy poco ya

Bologna , primero de Mayo de 2010

Tina. Nudo sul letto di casa, di Edward Weston, 1924.

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9 Responses to PER CONOSCERE TINA MODOTTI-CUBA-QUINTAVENIDA

  1. Que bonito, muchas gracias
    dir.artistico 5av

  2. alessia e mcihela says:

    Grazie a Quintavenida, a Stefano Guastella e Reina Torres, a Massimo Bubola, a Napolimisteriosa, a chi ha letto e apprezzato. I meriti andrebbero a Tina Modotti. Il suo fu uno sguardo sul mondo sensibile e rivoluzionario. Non solo nelle intenzioni. Ella ebbe davvero voglia di cambiarlo senza disdegnare l’uso delle sensibilità artistiche. Oggi appare evidente come il futuro sia legato a ciò che appare poco materiale, ma che, invece, ha a che fare con istanze profonde. La qualità della vita di tutti è legata al mondo del lavoro e dell’arte, nonché, ineludibilmente, alle condizioni di Madre Terra. Chi la fotografa ce la consegna così come è. E ci regala qualcosa di importante. Tina ci fece regali che le sono sopravvissuti e restano.

  3. tonia says:

    Bello, questo articolo. Se è questa Napoli, quella che raccontate: frizzante, eterea e simpatica occorrerà venirci.
    Grazie per avermi fatto scoprire Tina Modotti, Massimo Bubola e Quintavenida.
    Tonia

  4. alessia e michela says:

    Grazie. Cosa dire a cuore davvero aperto?
    Napoli è quel che emerge qui. E’ anche quel che tutti sanno.
    Quindi: è una delle mille finestre sul mondo. Quel che consente di cogliere è dovuto alla sua storia. Per questo forniamo una visione “altra” senza accettare i luoghi comuni, senza ritenere che nulla possa davvero cambiare. Napoli è l’antica capitale da riscoprire; è quella della carta sporca come dei gesti eroici, sia in tempi di guerra che di pace; è il bimbo nero di pelle, come anche le famiglie solide; è la pistola in mano al bambino che spara davvero, così come il bimbo che pensa di salvarla. Negarlo sarebbe accettare la cecità. E significherebbe non amarla.
    La vera domanda, però, non riguarda più solo Napoli ma Madre Terra. Questa città, e non solo il suo passato, bensì anche la sua attualità, è una ricchezza vera. Prima o poi si capirà meglio come esista un legame tra il pensiero di Pasolini, quello di Eduardo, quello di Benedetto Croce, quello di Raffaele Viviani (Papilluccio per gli amici) e via via gli altri cervelli, ovunque essi siano nati. Tutti hanno fornito un angolo visuale della vita attraverso cui cogliere ciò che davvero sia considerabile come rilevante ed emancipatorio.
    Se Napoli è frizzante e da scoprire è tutto merito suo. Chi la narra non fa altro che aprire gli occhi e dire: “Oh! Ma guarda un pò; a Napoli c’è pure questo…”.
    E se ci sono sorprese a Napoli, di certo non mancano altrove. E’ per questo che vanno indicate ovunque si trovino (le sorprese). Napoli è essenziale per notarle.

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  6. Lina says:

    Che personaggio. Grazie a voi di Napolimisteriosa ho visto fotografie straordinarie. Uno sguardo unico, quello di Tina.

  7. anna says:

    Bello, davvero bello.
    Ho letto anche l’articolo in Quintavenida, pur sapendo che era lo stesso. E’ strano: ha qualcosa che ti rapisce. L’ho letto due volte di seguito.
    Veramente bello; delizioso e interessante. Perché nei libri di storia queste cose non ci sono?
    Complimenti anche a chi ha tradotto l’articolo, Rejna e Stefano; è molto musicale lo spagnolo, rende tutto ancora più bello.

  8. Dario says:

    Sono appassionato di fotografia da anni ed ho potuto vivere l’evoluzione della stessa dagli anni 70′ ad oggi. Dalle macchine meccaniche con messa a fuoco ed esposizione manuale alle moderne digitali che rendono un semplice hobbista quasi un professionista.
    Ho vissuto il fascino della camera oscura fino ai trucchi dei programmi di fotoritocco e guardando le foto di Tina Modotti, non ho potuto non viaggiare nel tempo e immaginare quanta “Arte” dovesse occorrere in quegli anni per realizzare scatti di tale bellezza.
    Complimenti e grazie a voi che ne fate conoscere le gesta.

  9. Alessia e Michela Orlando says:

    Infatti, gentile Dario, anche se TINA non accettava di essere definita Artista, lo era eccome.
    Aveva ben altro senso fotografare con povertà di mezzi ed era imprescindibile fomarsi il classico “occhio fotografico” prima di scattare, rischiando di produrre un inutile scatto.
    Adesso è più facile: scatti a ripetizioni e selezioni senza alcun problema i più decorosi.
    Tuttavia, conviene occuparsi di fotografia come se ogni volta che stai per scattare fosse l’ultima possibilità concessa.
    E’ un atteggiamento mentale che ti costringe a continuare lo studio e richiede continuamente lo sforzo di tenere aperto lo sguardo sull’esigenza di “leggere” quel che ti circonda e la stessa fotografia.
    Conviene anche fare il processo inverso che ha seguito lei (l’evoluzione di cui racconta) e continuare a scattare con le vecchie macchine, quelle che ti costringono a ragionare sulle distanze e sulla luce senza alcun strumento di misurazione-rilievo.
    Non a caso ci sono ancora i gruppi di appassionati delle macchine lomografiche.
    Così come conviene sperimentarsi in camera oscura con acidi di sviluppo e fissaggio, con lenti, con la luce rossa…
    Il nostro vecchio ingranditore usato da un lontano parente, faceva il fotografo pressocché ambulente e di matrimoni tra il Vallo di Diano e la Val d’Agri, passato a noi che eravamo bambine, ancora funziona e i due ritratti che ci scattammo quando si era ancora nella fase della transizione, verso l’adolescenza, quando i corpi sonoi ancora nella fase della incertezza, sono tuttora tra le fotografie più belle che abbiamo mai realizzato. Si trattò di:
    inserire la pellicola (dimensioni 6 x 6) nella vecchia Agfa Isoly; scattare con sole 12, no, dodici erano con l’altra nostra macchina: la Rolley F. quella con il pozzetto; erano 16 le pose disponibil con la Agfa Isoly; estrarre il negativo dopo averlo riavvolto, badando a non fargli prendere luce; srotolarlo al buio e inserirlo nella tank oppure passarlo a mano nell’acido di sviluppo osservando formare l’immagine (nel primo caso, con la tank, misurare esattamente i tempi agitando come previsto); passare il negativo nel momento giusto nell’acido di fissaggio (con la tank svuotare e riempire…); sciacquare e lasciar asciugare appendendolo con le pinzette. Naturalmente parliamo di camera oscura non professionale, di quella che a volte abbiamo ricavato chiudendo le finestre con pannelli da noi stesse costruiti (cartone rivestito di buste per la spazzatura nere).
    E poi lo sviluppo: carta fotosensibile (di solito quella della Ilford, anche i negativi Ilford erano i nostri preferiti. Pare sia fallita…).
    E poi si applicava la regola del 3 per scegliere gli scatti migliori…
    E conviene applicarla ancora la regola del 3 per selezionare gli scatti migliori.
    Prima o poi proveremo a costruirla la macchina fotografica: una scatola e il negativo da comprare a metri; inserire quanto occorre in una fessura, standosene al buio; coprire bene; accendere la luce o uscire e lasciar passare la luce da un buchetto calcolando il tempo giusto…
    In altra occasione magari diremo cosa si potrebbe combinare con le istantanee polaroid (pure fallita ma poi rinata grazie a una ditta europea che si è rimessa a produrre i negativi).
    Tutto ciò potrà riavvicinare a TINA ogni qualvolta si vorrà farlo.