PAOLO FRANCHINI: IN MORTE DI UNO SCRITTORE NOIR-RADIODRAMMA

Il medico Nicolaes Tulp in un quadro di Rembrandt; è connesso alle paure di Paolo Franchini

LA SCHEDA
IL RADIODRAMMA
Il 2 NOVEMBRE 1920 negli States si cominciò la diffusione regolare dei programmi radiofonici; impiegarono poco tempo a captare l’attenzione degli americani. Il successo fu sempre più crescente, tanto che, mentre il mondo bruciava per la seconda guerra mondiale, negli anni ’40, si giunse al successo dei radiodrammi.
In Europa si diffusero inizialmente in Inghilterra; giunsero poi al successo in Francia e in Germania. Tra gli autori determinanti si segnala Samuel Beckett.
In Italia se ne sono occupati anche grandissimi registi e scrittori. Un nome per tutti: Andrea Camilleri. Sono state impiegate le voci dei più importanti attori. Il primo radiodramma tutto italiano risale al 6 ottobre 1929: L’anello di Teodosio di Luigi Chiarelli.
Il successo di questo straordinario mezzo, che consente l’uso al massimo possibile della fantasia dell’ascoltatore, è calato man mano che si è affermata la televisione. Una fase di seconda giovinezza è attualmente vissuta grazie agli audiolibri; ma si può immaginare un recupero del mezzo attraverso la radio, giacché è potente il bisogno di rendere lo spettatore finalmente più protagonista. Si tratta, naturalmente, di cercare forme innovative anche sul piano del testo. L’uso, a esempio, delle voci fuori campo in maniera più attenta, la scelta di temi che possano interessare, l’uso di una prosa che risenta della nuova parlata giovanile, possono coinvolgere, interessare e far conoscere-diffondere sia le opere di autori noti che quelle di autori sconosciuti.
Quello intorno a cui ruota il radiodramma è inevitabilmente un testo in prosa, diffuso dal mezzo radiofonico e, questa è la vera novità, anche tramite internet. Risente della impostazione teatrale, ma la musica e gli effetti sonori vi giocano un ruolo nettamente prevalente.
L’idea del testo che segue è nata dallo scambio di alcune mail con Francesco Oliva di Radio RSC (si può ascoltarla da qui: http://www.radiorsc.it/intro/).
Si tratta di un atto unico ma sono già in lavorazione altri due episodi. Ciò trasforma l’idea da radiodramma, che per natura è breve ed è un atto unico, a sceneggiato radiofonico. Ciò è potuto accadere giacché nel testo sono disseminati i presupposti per il sequel. Quel che si legge è il testo privo dei suggerimenti registici e, ovviamente, potrà subire modifiche funzionali a una migliore riuscita della resa radiofonica. Anche il titolo è provvisorio.
Si ringrazia Francesco Oliva che ha immediatamente colto aspetti rilevanti dell’idea incentivando la voglia di trasformarla in qualcosa di più concreto.
Si ringrazia Paolo Franchini che non solo svolge il ruolo di protagonista-vittima, ma si è anche prestato a uno scambio di mail risultate non poco utili per i sequel.
Si ringrazia Mario Pirovano che, almeno così pare, svolge splendidamente il ruolo di “cattivo”.
Alessia e Michela Orlando

Il Prof. Tulp in un ritratto di Nicolaes Eliaszoon Pickenoy (1633). La candela: il bisogno di luce di Paolo Franchini.

A Monica Palozzi
alle altre donne
che con la penna e lo sguardo narrano ciò che chi legge ha dentro.

RADIODRAMMA – ATTO UNICO

Personaggi
Paolo Franchini, pallido narratore di vicende a tinte forti
(http://www.paolofranchini.tk/)

Mario Pirovano, attore

(http://mariopirovano.it/)

Nicola Maria Asclepio Demiurgo, medico neurologo e docente di chiara fama (personaggio di fantasia)

Commento musicale tratto dal palinsesto di Radio RSC tra le ore 12 e le 13:30 del giorno 28 febbraio 2011

(http://www.radiorsc.it/intro/)

COME UCCIDERE SORRIDENDO UNO SCRITTORE NOIR
sapendo di farla franca; ovvero: chi la fa l’aspetti
Di Alessia e Michela Orlando per Radio RSC

Mario Pirovano ritratto in scena; l'immagine è quel che "vede" Paolo Franchini dopo l'abbattimento della porta?

Voce fuori campo: «Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale.»
(Da “Eleonora”, 1841, Edgar Allan Poe)

Paolo Franchini, per quanto potesse essere quasi impossibile immaginare un evento del genere, divenne più bianco del solito. Definirlo esangue sarebbe stato inesatto.
Se ne stava con lo sguardo fisso sul foglio bianco, pensando alla sua ultima iniziativa letteraria e voleva dare il buon esempio. Senza che la sua testa si muovesse, spostava lo sguardo dalla pagina al video del suo personal computer, come seguisse un ritmo imposto, cadenzato senza possibilità di errore; quello dettato da un invisibile metronomo. Leggeva svogliatamente le risposte alla sua ultima mail, senza mai cambiare espressione facciale. Esse si succedevano con il ritmo delle schioppettate nel giorno di apertura della caccia. Sembrava perplesso, come egli stesso poteva rilevare osservandosi nello specchio, contenuto in una cornice damascata. Era appeso in una posizione di favore, strategica, sulla parete alle spalle di una poltroncina in stile imprecisato, arricchita dai tratti di un volto e di altri parti corporee femminili. Gli era stata appena consegnata; aveva fatto in tempo a scartarla, leggere il biglietto di accompagnamento sottoscritto con firma illeggibile, e aveva risposto a una telefonata muta con tono seccato: Si? Pronto? Pronto!
Al quarto pronto stentoreo, aveva riappeso la cornetta evidentemente stizzito, ma senza accompagnare la voce con movimenti corporei che ne sottolineassero l’ira. Anche lo sguardo era spento. Padrone fino in fondo delle sue sensazioni, aveva sentito il sangue raggelarsi e la fronte, madida, gli era sembrata esplodere e frazionarsi in mille particelle, come se una bomba avesse voluto scappare via dal cervello, creandosi un varco perforando la zona posta esattamente tra i due occhi e l’attaccatura dei capelli.
Non che fosse la prima volta; era convinto di aver già subito improvvisi attacchi di emicrania a grappolo. Il medico neurologo, nonché docente di chiara fama, Nicola Maria Asclepio Demiurgo, lo aveva escluso: Tu hai solo un piccolo problema di vista. Allontanati ogni tanto, fallo più spesso che potrai, dal video del p.c. e vedrai che tutto passerà. Anche se hai commesso troppi errori giovanili.
Gli era rimasto il dubbio che la diagnosi tranquillizzante, e forse anche sfottente, fosse dovuta all’antico rapporto di amicizia con il medico. Risaliva addirittura ai tempi dell’asilo! Cosa avrebbe potuto aspettarsi di diverso? Avrebbe potuto mai un amico, a cui aveva rubato mille volte la merenda (cosa di cui pare fosse grato giacché già era in sovrappeso), spiattellargli qualcosa che suonasse come infausto presagio? D’altronde, come avrebbe mai potuto staccarsi dal computer proprio ora che gli scrittori italiani, a centinaia, avevano deciso di raccontarsi in 365 battute, utilizzando la penna e non il computer? Quelli erano stati tutti cortesi e si erano impegnati a spedire gli elaborati non come allegato a una mail, bensì per posta prioritaria; avrebbero, quindi, dovuto imbustare la paginetta scritta di pugno e leccare i lembi, operazione che egli stesso aveva trovato sempre schifosa; avrebbero, poi, dovuto recarsi alle poste e affrancare, mentre le biografie sarebbero state spedite secondo la moda, come allegato alla ormai imperante nuova forma di lettera. Come poteva trascurarli?
Non aveva altra soluzione; non poteva far altro che seguire l’istinto. Meditava di farsi ricoverare in ospedale e approfondire la faccenda con le nuove tecniche diagnostiche che, seppure allontanino il malato dal medico, cancellando del tutto il rapporto umano, almeno garantiscono più scientificità delle diagnosi. Rimaneva un problema: la sua idiosincrasia con le strutture mediche e la certezza che lì si corresse il rischio di acquisire malattie tanto imprevedibili quanto certamente ferali. Quanti erano stati i morti per colpa di batteri che proprio negli ospedali italiani avevano potuto allignare e svilupparsi? Di certo proprio lì, in quei luoghi di “cura”, in realtà malsani, si erano moltiplicati in maniera tale da risultare aggressivi e micidiali per corpi ammalati, più o meno debilitati che fossero. Aveva ripiegato anche sulla ipotesi dell’autocura e aveva, poi, voluto approfondire i sintomi, cercando di capire le origini, sia utilizzando la enciclopedia medica di famiglia che nel web. Gli era bastato digitare in Google cefalea a grappolo per capire che avrebbe fatto meglio a sbattere la testa contro un muro in pietra a vista: Wikipedia dava spazio a un orrendo disegno, a una visione da incubo. Era il disegno di una testa di maschio, con bocca spalancata su dentoni enormi, che gli ricordavano l’Alberto Sordi ancora abbastanza giovane, quello deciso a svolgere il ruolo di presentatore televisivo malgrado la dentatura cavallina. L’immagine, sin dal primo impatto, gli aveva suggerito di chiudere la pagina. Si era, invece, ritrovato a osservarla meglio, lasciandosi quasi ammaliare da una visione che gli appariva sempre più assurda: quel volto sofferente, retto da un collo spasmodicamente contratto, stava subendo la più atroce delle torture. Gli si era materializzato sulla fronte un essere diabolico, nudo e con tanto di corna puntute. Se ne stava a gambe piegate, con il deretano rivolto verso il cranio; con i piedi potenti a far leva ai lati delle sopracciglia; con una mano che tirava la palpebra dell’occhio sinistro e l’altra infilzata fino al polso e scomparsa nella sclera. Chiaramente se ne stava a rimestare nel cervello, creando ovvi dolori atroci. La pupilla di quell’occhio narrava la profondità degli spasmi; sensazione raccontata in maniera acuita anche dall’altro occhio che era, invece, chiuso, tenuto a forza strizzato. Vanamente la mano sinistra, per quanto virile, se ne stava immobile, a sfiorare con le dita la tempia sinistra.
Spaventato, per rientrare in se stesso prima possibile, aveva a sua volta strizzato gli occhi; aveva guardato l’orologio mettendo a fuoco le lancette: era mezzogiorno in punto e Radio RSC lasciava libere nell’etere la voce di Edoardo Bennato e le note di uno dei suoi cavalli di battaglia in voga tuttora, il 28 febbraio 2011: Ogni favola è un gioco/se ti fermi a giocare/dopo un po’ lasciala andare/non la puoi ritrovare/in nessuna città/perché è vera soltanto a metà!…/ Universi sconosciuti,/anni luce da esplorare,/astronavi della mente,/verso altre verità!
Ogni favola è un gioco…provò a cantare, ritrovandosi, al solito, stonato come una campana, come inevitabilmente sono tutti i timidi. Ci riprovò: Ogni favola è un gioco/se ti fermi a giocare/dopo un po’ lasciala andare/non la puoi ritrovare/in nessuna città/perché è vera soltanto a metà!…Stranamente gli parve di non essere più stonato, come gli era accaduto solo una volta sotto la doccia, mentre l’acqua scrosciava violentemente sulla schiena. Non lo aveva mai dimenticato: era ritornato, felice, da una intervista televisiva dove aveva potuto dire della sua storia, dei suoi libri noir.
Si sentì sommergere dal suo proprio sorriso, trovandolo splendido; si immaginò conquistato da sé stesso. E si guardò di nuovo allo specchio. La pelle sembrava aver acquisito una parvenza di colorito; dallo spessore diafano emergeva un lievissimo color rosa. Pensò che stesse guarendo; magari un paio di bicchieri di rosso, un arrosto al sangue, una fetta di crostata alle mele, un caffè con la napoletana, avrebbero potuto fare il resto. D’altronde, quella specie di crampo che gli stringeva lo stomaco cosa era se non fame?
Si alzò di scatto e altrettanto repentinamente si sedette, come fosse stato abbattuto da una frana di terriccio. Nella mente si sovrapponevano tre volti. Tutti a bocca spalancata. Erano il solito disegno, quello con la mano torturatrice del cornuto seduto sulla testa; quello di Alberto Sordi che legge e rilegge impeccabilmente un arduo testo per la prova da speaker televisivo; quello di Dario Fo, impegnato nel suo acclamato grammelot, che non poco aveva colpito i giurati contribuendo a fargli assegnare il premio Nobel per la Letteratura. Lo ricorda benissimo quello strumento della recitazione fatto di suoni assemblati, onomatopee, qualche parola esatta, fonemi privi di significato in un discorso articolato, sottolineato da movimenti mimici. Strumento d’arte sofisticato quanto scaltro ed essenziale per gli attori che volessero farsi capire, senza saper pronunciare frasi di senso compiuto, in una lingua straniera, oppure per mettere in parodia le parlate o i personaggi stranieri. Ma se quella recitazione era ed è fortemente espressiva, iperbolica, che senso avevano quei volti nella sua vita? La risposta si ostinava a non giungere e aumentava la sua paura. Sapeva di aver combinato un patratac: non avrebbe neppure più potuto dormire. Sarebbe stato inevitabilmente sommerso da ben altre paure e attirato in incubi da film horror. Il suo povero subconscio come ne sarebbe uscito? Non era forse meglio starsene a scimmiottare il cantante che adesso, alle 12,45, veniva trasmesso da Radio RSC? La musica faceva più o meno tarattatà taratattatatatà tarattatà, mentre una voce indefinibile si lanciava in uno sperticato ma gradevole ohohohoohoooo; la batteria, azzittendo gli altri strumenti e la voce, impegnata in un tiratissimo assolo, si caratterizzava per un lungo rullio che faceva più o meno: papparappappapapapa papparappappapapapa papparappappapapapa…per concludersi in un improvviso suono di gong percosso violentemente.
Si alzò di nuovo e, malgrado barcollasse, si lanciò in uno sculettamento sincronico ed elegante; accompagnandosi anche con il movimento vorticoso degli avambracci, prendeva la direzione della cucina. A metà strada qualcosa lo bloccava. Un pensiero feroce si faceva spazio. Forse c’era, finalmente; forse la risposta ai quesiti stava giungendo e lo faceva in forma di domanda: Ma quello, quel tipo che somiglia ad Alberto Sordi e a Dario Fo, che ricordo bene, che mi ha segnato la mente in maniera indelebile, dove l’ho visto? Che storia buffa sta diventando questa…è una specie di tormentone. Saprò mai liberarmene?
Nel momento esatto in cui dava le spalle alla porta di accesso alla sua abitazione, e vedeva quella della cucina, lo speaker di radio RSC con voce gradevole e simpatica diceva: Radio RSC dà spazio alle tue emozioni.
Altre note bloccavano il suo sedere dimenato violentemente, essendo molto più lente delle precedenti e lui incapace di adattarsi a un ritmo diverso. Era stato troppo repentinamente virante verso un ritmo lento, avvertito dolorosamente dalle sue movenze ormai anchilosate per colpa delle troppe ore dedicate alla immobilità forzata, quella richiesta dalla impellenza di scrivere. E già! Impellenza di scrivere: una mania, ormai, tale era diventato l’approccio con la parola che narra faccende oscure.
Sentiva i suoi passi sul parquet e si meravigliava della loro nitidezza. Solo allora si accorgeva del silenzio di tomba che sembrava aver circondato la sua abitazione e si chiedeva cosa stesse accadendo, come mai non si avvertisse neppure uno strombazzamento da ingorgo, normale per quella ora cosiddetta di punta. Troppo strano quel silenzio; era un silenzio abissale che mai gli era capitato di avvertire, eccettuato un luogo raramente frequentato: il cimitero. Forse qualcosa del genere l’aveva avvertita nel tempo immediatamente successivo alle tempeste, al loro arrestarsi; caso mai dopo un tuono potente. Un tuono potente: è quello che all’improvviso deflagrava e, dopo un accecante bagliore, si scatenava una tempesta. La sentiva, Paolo; sentiva la grandine rimbalzare contro i vetri delle finestre e poteva immaginare come la strada sottostante fosse già imbiancata, come avesse nevicato per almeno una ora, senza sosta. Si rabbuiava. Era necessario accendere la luce: nulla, tutto saltato al deflagrare del tuono. Buio; buio pesto. Si era fatto buio, precoce buio. Nessuna luce funzionava. Sarebbe stata utilissima una candela. Magari quella che più volte Paolo aveva osservato nel quadro che ritraeva e ritrae Nicolaes “Claes” Pietersz, conosciuto come Tulp, il più famoso dei medici olandesi del XVII secolo, quello che fu pure sindaco di Amsterdam. È quello che lega il suo nome, oltre che alla valvola ileociecale, al celebre dipinto di Rembrandt Lezione di anatomia del dottor Tulp. Dipinto certamente elegante e piacevole, malgrado descriva patologie e interventi chirurgici. Ma che importanza poteva mai rivestire in quel preciso momento per lo scrittore noir Paolo Franchini? Perché si profilava così potentemente alla sua mente, perversa quanto serve a uno scrittore noir, noto come Il pallido, come se non avesse altro a cui pensare?
Tra sé e sé si diceva: È un mistero. E c’è del buffo.
Sorrideva Paolo Franchini; sorrideva triste; sorrideva e sapeva di aver capito; sorrideva e sapeva che la fine stava per giungere. Si girava nel momento esatto in cui la porta si abbatteva. Lo schianto si trasformava in un dolore lancinante che sembrava mordergli le carni; lo aggrediva per tutto il corpo, dilagando verso gli organi interni, tracimando fino in fondo all’anima. L’evento inatteso, ma preannunciato dal clima orrendo, accadeva nel momento in cui ritornava la luce. “Lui”, l’atroce visione che da sola sarebbe stata capace di apportare strazio e lutto, “lui”, l’essere che di umano aveva ben poco nel volto, l’orripilante irruzione, era lì, a qualche passo dal suo corpo da morto vivente.
“Lui” era finalmente lì, accanto alla poltrona, in piena luce, come avesse egli stesso avuto il potere di diradare le ombre. Anche “lui” sorrideva, ma biecamente; “lui” sorrideva biecamente e sardonicamente, pistola in pugno. Ne riconosceva il volto, Paolo; adesso, Paolo, sapeva bene chi fosse; adesso, Paolo, avrebbe voluto aver la forza di fuggire; adesso, Paolo, avrebbe voluto, con tutte le esigue forze rimaste, morire fulminato, per non essere costretto a passare quegli ultimi istanti sotto minaccia, che forse è peggio del morire.
L’altro, “lui”, non batteva ciglio e sembrava trasfigurarsi in bestia dalla angelica bellezza; l’altro, “lui”, era immobile come lo erano per un tempo dilatato allo spasimo i pistoleri in Sfida all’O.K. Korral. L’altro, “lui” era muto e digrignava sinistramente i denti.
Paolo tremava; Paolo si guardava le mani disarmate; avrebbe voluto avere la forza di congiungerle, di implorare la salvezza; Paolo si chiedeva che cosa avesse mai potuto fare a quell’energumeno, per meritare quella lezione esemplare; Paolo si chiedeva che ci facesse a casa proprio quell’attore, Mario Pirovano, il giullare che più volte aveva visto recitare in Mistero Buffo e in Lu Santo Jullare Françesco; Paolo si chiedeva come mai un attore avesse voglia di ucciderlo. Paolo ignorava che le cose semplicemente accadono; Paolo sapeva che il suo tempo stava per spirare, alle 13:30 del 28 febbraio 2011.
Paolo si guardava nello specchio. Quello che vedeva non era più il Paolo che ben conosceva. Lo guardava e continuava a farlo anche mentre chiudeva gli occhi. Guardava con attenzione anche Mario Pirovano, intento ad alzare il cane della pistola baluginante riflessi di morte; lo guardava anche mentre azionava il grilletto; guardava anche l’improvvisa fiammata; guardava anche, come se fendesse l’aria al rallentatore, il proiettile uscito lucidissimo dalla canna. Sentiva tutti assieme quei rumori e il dolore che finalmente gli spaccava la fronte, mentre rivedeva tutta la vita scorrergli davanti. Sentiva, infine, anche lo scorrere del sipario, mentre tutti gli spettatori applaudivano, sulle note di Vasco Rossi: Sto pensando a te/mentre mi sveglio, quando corro tutto il giorno/sto pensando a te/mentre cammino, mentre parlo, mentre rido, mentre respiro/sto pensando a te/mentre mi spoglio di ogni orgoglio quando guardo il mio destino/sto pensando a te/mentre ricordo quando ancora sento il tuo profumo…
Voce fuori campo: «Dopotutto potrebbe essere vero che i miei racconti siano scritti per scherzare anche se è possibile che questo scopo sia rimasto ignoto in parte anche a me.» (Edgar Allan Poe)

FINE

La poltrona sotto lo specchio. Scatto di Michela Orlando

Mario Pirovano, visto da Lorenzo. Caricatura tratta dal suo sito.

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0 Responses to PAOLO FRANCHINI: IN MORTE DI UNO SCRITTORE NOIR-RADIODRAMMA

  1. Pingback: TUTTE LE NEWS « Paolo Franchini

  2. Ottima idea, interessante l’introduzione breve sul radiogramma, illustra magnificamente senza divagare dallo scopo.
    Il soggetto mi piace moltissimo, parte subito con un climax di malessere coinvolgente che perdura sino alla fine, sino a divenire totale e irrisolvibile. Almeno, apparentemente… e se Paolo fosse “morto” e le visioni orrende fossero un qualcosa di pulsante ma ancora difficile da cui potersene staccare? Forse metafora di quella cultura spesso vista come satira che affascina e al tempo stesso impressiona e scuote? Chi vive ha paura degli spettri, esseri di una dimensione sconosciuta, ma colui che muore non potrebbe forse temere ciò che ha causato la sua dipartita? E se Paolo fosse vittima della cultura? Pallido, forse pazzo suicida… per amore? forse, ma di amore per una cultura che si mostra a lui quale schermo bianco, rifiutandoglisi e rifuggendolo quale donna virtuosa dai trecentosessantacinque corpetti. Cultura indenudabile, troppo vestita, invisibile.
    Poi, seduto sulla sedia-vamp, inizierà forse a delirare ad immaginare uno strip lento che “spogli” di tanti inutili orpelli, trecentosessantacinque per l’esattezza, l’essere bramato…

    Chiedo scusa, mi sono lasciata andare: quando si giunge alla fina della “prima puntata”, nell’attesa di sviluppi successivi possono passare nella mente infinite ipotesi…

    Complimenti!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  3. Complimenti vivissimi, molto interessante,
    Elisabetta

  4. Alessia e Michela Orlando says:

    Accipicchia!
    Monica: meraviglie letterarie; idee su idee; suggestioni ormai già ineliminabili. Anche stavolta le tue parole imprimono tracce profonde; lasciano solchi profondi in cui hai seminato e i germogli sono già alla ricerca della luce. E delle ombre…
    Come Paolo potrebbe confermare, giacché ha ricevuto una mail oltre un’ora fa in cui lo si anticipa: nel sequel c’è la crisi della cultura.
    Quel che accade dopo è narrazione di un conflitto. A soccombere saranno inevitabilmente corpi fisici, ma essi sono simboli delle idee.

    Quel che hai scritto sarà ampiamente sacchegggiato, dandotene atto, ovviamente.

    Ci pare di aver capito che tu hai colto un nostro tentativo: si parte da una idea e la si coltiva cercando di eliminare le cose inutili; magari anche la frase a effetto bella che non aggiunge nulla al dramma, ai sentimenti, ai simboli.
    Ne siamo felici.
    Oltretutto: c’è stata una occasione in cui abbiamo sfiorato la polemica con persone che si occupano di scrittura. Noi pensavamo, lo pensiamo ancora ma con qualche dubbio, che se si scrive sulla spinta di una buona idea fa nulla si lasciano in vita i refusi o qualche sgrammaticatura. E’ un pensiero che trae origine da una valutazione del grande Bruno Bozzetto (una di noi, Michela, ne ha scritto, analizzando alcuni suoi fumetti). Dice: se la tavola è bella ma la storia è irrilevante il fumetto non vale nulla.
    Traslando: se c’è una buona storia è da preferirsi a una storia irrilevante malgrado sia stata scritta benissimo.

    L’ideale sarebbe (quanto è ovvio!): inventare una buona storia e scriverla bene.
    Non sempre si può farlo (per carenza di tempo o per incapacità; non è tutto sommato rilevante per chi legge, che non può sapere le ragioni della carenza di qualità).
    E allora: meglio scrivere e cercare di pubblicare prima possibile. I capolavori che richiedono cento anni e restano nel cassetto non servono a nessuno.
    Se, infine, si sarà criticati, si potrà chiedere se almeno qualche bella sensazione sia rimasta dopo la lettura; se ci sia stato almeno un attimo di benessere.

  5. I refusi, dipende poi di quale valore di grandezza…, di solito sono inevitabili. Credo che anche Manzoni, se rileggesse oggi a distanza di 184 anni il suo capolavoro, “risciacquerebbe” ancora. Tutto è perfezionabile sino all’impossibile e per infiniti validi motivi (forma, lessico, errori, sintassi, stile, linguaggio, ecc.) la fretta può risultare determinante per contribuire a commettere refusi ma, come ben dite, può altrettanto essere determinante per fissare idee ed argomenti che sorgono di getto, come si venisse còlti da stato di grazia. E, tuttavia, “Il piacere” di D’Annunzio, che a ben guardare ha una trama banalissima, è tanto ben curato nel lessico e nello stile che diviene capolavoro estetico. L’ottimale sarebbe unire la velocità al perfezionismo ma ogni triangolo equilatero è simile all’altro, mentre ogni scaleno è una figura diversa e unica!!

  6. E poi, scusate, chi vi dice che non si tratti di un omonimo? Ne vanto di importanti, tra l’altro. Basta cercare su Google. Persone seria, mica gente che scrive storiacce.

  7. Alessia e Michela Orlando says:

    Una colonia di Paolo Franchini? Come dire appartenenza a una tribù, tipo quella dei Piedi Neri e così via?

    Noi interloquiamo con quello che scrive storie noir e cura antologie per ragioni alte…
    Fronteggeremo meglio altri (omonimi, alter ego, nomi d’arte, replicanti…) quando il pericolo si profilerà all’orizzonte. E chiederemo aiuto, all’occorrenza.

  8. Pingback: Napoli Misteriosa, 01/03/2011 « Paolo Franchini

  9. thewasteland says:

    grazie per il commento… alla fine vi ho trovato.
    Blog molto interessante, come gli altri contributi che avete sul web… Ora mi metterò alla ricerca del vostro omaggio alla cultura sarda… se fate prima mandatemi il link.
    Complimenti a voi, M.

  10. Alessia e Michela Orlando says:

    Si, gentile M.
    Innanzitutto: grazie per gli apprezzamenti. Per la verità diciamo ovunque si possa farlo che il web è pieno di “cose” buone. Si tratta di cercarle, di lasciar andare libero il tam tam senza freni, senza invidie.
    L’omaggio alla Cultura sarda è qui:
    http://www.napolimisteriosa.it/alessia-e-michela-orlando-da-napoli-omaggio-alla-cultura-sarda-andrea-parodi-e-massimo-ranieri-in-piscatore-e-pusillaco/
    Come si potrà notare, ci siamo davvero contenute. Di fronte a certe personalità, sentendo addosso, nel sangue, nella pelle, le sensazioni lasciate dalla voce di Andrea Parodi, ci pareva inutile starsene lì a cercare parole che non avremmo mai trovato.

    Oltretutto: c’è su youtube traccia del suo ultimo contributo; è presente anche la moglie. Immagini e voce struggenti.

    Appena rientreremo in possesso del p.c. dove è conservato il testo cui si allude (Ultima aquila), lo pubblicheremo anche qui.

    Grazie ancora.

  11. Vedere Mario che è stato mio ospite nelle vesti di omicida è operazione drammaturgica molto stimolante.
    Vorrei salutarlo tramite voi.
    Con affetto Giovanni

  12. Alessia e Michela Orlando says:

    Gentile Giovanni, grazie.
    Abbiamo scritto a Mario Pirovano riferendo i suoi saluti. Vorremmo segnalare che ne apprezziamo la maestria attoriale e l’umanità.
    Ci fa piacere che lo conosca. Quando dice che è stato suo ospite immaginiamo intenda all’agriturismo, nell’occasione in cui portò al teatro Comunale di Laurino il Mistero Buffo.
    Le ricordiamo che la sua struttura (http://www.turismoruralelegrazie.it/index.php?option=com_morfeoshow&task=view&gallery=3&Itemid=56) la scegliemmo anche come set di una vicenda accaduta nel nostro e-book SENZA MACCHIE (Edizioni Scudo; si può scaricare gratuitamente nel sito della casa editrice, sezione Long Stories, e anche qui:
    http://sudnapolistory.altervista.org/)
    Sul radiodramma:
    sarà registrato da ottime voci. E ci sarà un sequel, anzi due. Ciò lo trasformerà in sceneggiato radiofonico. Possiamo anticipare che il ritmo si farà molto serrato; non mancheranno i colpi di scena e forse vicende che susciteranno risatine ma anche lacrimucce.

    Seguendo Radio RSC ne saprà di più e magari potrà cogliere le reazioni dei suoi ospiti.
    Radio RSC, che si avvale anche della voce dell’attore Egidio Carbone(http://www.egidiocarbone.it/) è qui: http://www.radiorsc.it/intro/
    Ciao