NAPOLI E CILENTO: ANDARE ALL’INFERNO SENZA AMORE

Prima pagina dell'Inferno dantesco.

LA GRAMMATICA CARNALE
E LA MELODIA DEL CORVO

La lettura rende un uomo completo,
la conversazione lo rende agile di spirito
e la scrittura lo rende esatto.
Francesco Bacone

Ad AMEDEO MESSINA Direttore Editoriale del sito ‘O Puosto: http://www.ilc.it/puosto.htm

A NAPOLI. AL CILENTO.

Ci sono amori folli, amori che ti spezzano le gambe, amori che ammazzano o ti conducono comunque alla morte. È, tutto sommato, questo il senso del libro di Pino Roveredo: LA MELODIA DEL CORVO. È uno dei modi possibili per andare a morte, seguendo persone pericolose e dedali spigolosi, velenosi, pungenti, che tagliano mortalmente. E conta poco se si sia o meno consapevoli di andare incontro alla morte. Non fa forse così lo stesso corvo del titolo, quando insegue cantando il suo amore ed è destinato a morire nell’intricata siepe di rovi? Chi potrà mai dire se sia o meno consapevole? E poi: ma conta davvero esserlo?
C’è, tuttavia, qualcosa che troviamo più spaventosa della morte per amore, ed è nel silenzio; nonché nella incapacità di comunicare appieno, così come in quella di non comprendere ciò che ci viene detto davvero.
Assume, pertanto, grande significato LA PAROLA. E assume, pertanto, grande significato il linguaggio gestuale. E assume, pertanto, grande significato l’intensità degli sguardi che ti sembrano capaci, talvolta, di parlarti per via telepatica. E assume, pertanto, grande significato la LINGUA NAPOLETANA.
In tutto ciò ci sono miriadi di suggestioni che rimandano inevitabilmente alla LINGUA NAPOLETANA, anche quando sembrerebbe man mano diluirsi in “qualcosa” di diverso, allontanandosi dalla Capitale. È fatta di carne che viene da lontano, che si è evoluta in millenni e per mille suggestioni, per interferenze ostacolate e resistite, per delicate e insinuanti manovre di accerchiamento ben accette. Di tutto ciò c’è prova sia nella sua “grammatica” che negli accenti, nei toni, nella respirazione richiesta da una pronuncia che DEVE essere esatta, per non scadere nel macchiettismo simil-napoletano, che è cosa ben diversa dalla evoluzione-diluizione per ragioni geografiche. È chiaro come, se si discutesse di simil-pelle, il discorso sarebbe ecologicamente corretto, giacché siamo contro l’uccisione degli animali per coprirsi da un freddo che non è poi così irresistibile. Parlando, invece, di una LINGUA, tutto ciò che si presentasse come SIMIL sarebbe un sacrilegio, una castrante riduzione di sensi, di retroscena, di cultura. Si scadrebbe nel NAPOLETANISMO. Ma non è facile essere ineccepibili; soprattutto se la LINGUA MADRE non è il NAPOLETANO, cosa ben difficile se si è di origini salernitane-cilentane-lucane, come è nel nostro caso, nonché per colpa della televisione, già esistente quando siamo nate. Purtroppo non basta neppure andarsene in giro per l’Europa con il DIZIONARIO ETIMOLOGICO NAPOLETANO di Francesco D’Ascoli, come è capitato di fare. Ne abbiamo già avuto mille controprove. Oltretutto: ci piace rischiare qualche figuraccia, essendo l’unico modo per apprendere qualcosa che riguardi una lingua davvero amata nel mondo molto più di quanto si creda.
Quando, di recente, abbiamo pubblicato l’articolo Nudo di donna senza scandalo (http://www.napolimisteriosa.it/nudo-di-donna-senza-scandalo/) sfruttando il detto A cuoppo cupo poco pepe cape abbiamo voluto aggiungerci e ppoco pepe cape a ccuoppo cupo.
Ci pareva una mutazione genetica che, mentre apparentemente interferiva con la radicata correttezza formale dei significati, in realtà aggiungeva quel certo non so che di correttezza formale.
Tuttavia, seppure tentassimo di afferrare dove fosse l’aggiunta migliorativa, non riuscivamo a coglierla. Nel ricercare intorno alla espressione napoletana, che adesso ci appare ancora più ricca e bella, ci eravamo imbattute in ‘O PUOSTO, il SITO CAMPANO DELLA LINGUISTICA (http://www.ilc.it/puosto.htm) che pure utilizza il medesimo proverbio. È lì che abbiamo rinvenuto la versione da noi utilizzata e chiaramente copiata con entusiasmo da una delle sue pagine ricche di meraviglie. È stato difficile per noi staccarsene. Non abbiamo problemi a dirlo: è di gran lunga il miglior sito partenopeo e non solo.
Ci è parso inevitabile contattare ‘O PUOSTO. Non ci aspettavamo una risposta così immediata e arricchente. Il Direttore Editoriale Amedeo Messina non ha omesso di evidenziare l’aggiunta, ma anche di segnalarci:
“del distico da voi citato, il primo endecasillabo è diffuso da più secoli nella cultura partenopea, ma il secondo è di mia creazione e non a caso è scritto col raddoppiamento consonantico che i napoletani usano parlando e pochissimi trascrivono tra i pochi che si cimentano con successo nello scrivere la nostra bella lingua.”
Ritornando al sito ‘O PUOSTO: abbiamo individuato mille ottime qualità. La prima riguarda il coraggio. La scrittura è di per se un atto che la richiede, ne richiede molto di coraggio, tanto da dover certe volte rasentare l’eccesso, lo sprezzo del pericolo, l’incoscienza. Quando diviene “rivoluzionaria”, capace di ribaltare i canoni consueti e riempire il vuoto culturale, diviene un fatto che richiama tutti a maggior consapevolezza. Ed è come sentirsi richiamati alle armi. Ed è come ritornare a sentire le emozioni dei primi giorni di scuola. Ed è come sentirsi aggrediti dalla voglia di liberarsi in una corsa feroce lungo un pendio, per proiettarsi, lancia in resta, verso avventure che da “verbo” si fanno fatto antropologico, artistico, CULTURALE. Quindi creativo, di nuovo creativo, come è ovvio per la parola che genera.
Non ci sono, poi, sfuggiti i sacrifici che certamente sono richiesti per una ricerca che è tanto alta quanto aperta al futuro. Non ci sembra un caso se sono richieste collaborazioni che rimandino agli altri dialetti campani.
Vi abbiamo letto:
mprìmmese
Bemmenute dint’ô primmo puosto napulitano ’e tutt’ ’a rezza! L’avimmo fravecato pe ffà canoscere ’a Campania e ’a lengua soia a cchi ce campa e ce fatica. Sì, è overo, ce ne stà quaccherun’ato, ma nun se capisce nquala lengua ll’hanno scritte, po songo quase tutte quante chine ’e vacantarìa e, pe cchiurere, ’un so’ bbelle comm’ô nuosto. Nuie ausammo n’ortografia sturiata apposta p’ ’o nnapulitano ca se parla a Nnapule int’ê mmure. ’O puosto è addedecato però a ttutt’ ’e ggente r’ ’a Campania e vvò rà spazzio a ogne parlata ca r’ ’o nnapulitano è pparente astretta. Ce nnirizzammo pure a llinguiste ca tenessero ’a dicere quaccosa, a ffurastiere che ne vonno sapé nu poco ’e cchiù, e a ttutte ’e guagliune nuoste ca se so’ viste ’e scippà ’a lengua ’e ll’antenate lloro e ’a ntenneno assapé pe s’ ’a piglià pe mmamma.
Tenimmo parecchie idee e nu bbuono prugramma e abbiate ca sarranno pubbrecate int’a sti ppaggene pe deffonnere e ffà canoscere ’a lengua napulitana, ’a cultura soia e ogne prubblema ca se porta appriesso. Ate ne chierimmo a cchi vò rà na mano, faticanno nzieme a nnuie, mannannoce ammasciate, articule, preposte. Ce serve ncopp’a ttutto ’o seccurzo r’ ’e patute ’e fore Napule e de chi sape bbuono ’e pparlate e ’a cultura r’ ’e gruosse paise piccerille r’ ’e ppruvince, r’ ’o Celiento, r’ ’o Sannio e dde ll’Irpinia. Chi trase e llegge int’a stu puosto truvarrà sicuramente nu campo propeto ’e nteresse e si stà ’e ggenio ce mannasse senz’attrasso ’o nniro c’ha miso ncopp’ô gghianco. ’A redazzione valutarrà spunzabbelmente ’a pussibbeletà ’e pubbrecazzione int’a n’apposeta rubbrica.
Cioè:
Premessa
Benvenuti nel primo sito napoletano dell’intera rete! In verità ce n’è già qualcuno, ma non s’intende in quale lingua l’abbiano scritto, inoltre sono quasi tutti pieni di vuotaggine e, infine, non sono belli come il nostro. Noi adoperiamo un’ortografia studiata a bella posta per il napoletano standard intramurario. ’O puosto è dedicato tuttavia a tutte le genti della Campania e intende dare spazio a ogni parlata che sia parente stretta del napoletano. Ci rivolgiamo pure ai linguisti e ai forestieri che vogliano saperne di più e a tutti i nostri giovani ai quali è stata tolta la lingua dei loro antenati e intendano scoprirla per farsene una madre.
Abbiamo molte idee e un buon programma d’iniziative che saranno pubblicate su queste pagine per diffondere e far conoscere la lingua napoletana, la sua cultura e ogni problema che si porta dietro. Altre ne chiediamo a chi vuol collaborare, inviandoci messaggi, articoli, proposte. Ci occorre soprattutto il soccorso degli appassionati fuori di Napoli e di chi sa bene le parlate e la cultura dei piccoli e grandi centri provinciali, del Cilento, del Sannio e dell’Irpinia. Chi entra e legge in questo sito non mancherà di rintracciarvi un campo proprio d’interesse e se ne ha voglia ci spedisca senza indugio il nero che ha messo sopra il bianco. La redazione valuterà responsabilmente la possibilità di pubblicarlo in un’apposita rubrica.
In conclusione (quasi): È ovvio come al Direttore Editoriale, alla Redazione, a chiunque vi scrive, non servano consigli o valutazioni per dar modo di aumentare la loro consapevolezza circa un “prodotto” di grande pregio, e non solo linguistico. Tuttavia, immaginando che non abbiano bisogno di reggersi e che non cadranno dalla sedia, malgrado non siamo certo abilitate a conferire ai siti patenti di qualità, osiamo dirlo: il loro è tra i migliori siti al mondo.

Per sdebitarci del piacere provato, per rispondere al loro appello, ci permettiamo fare a tutti loro un piccolo regalo “cilentano” che, in quanto a carnalità della parola e a capacità rivoluzionarie, si può opinare nulla debba invidiare alla lingua Napoletana.

‘Na sera passai e tu bella rurmivi.
Tutto lo giardino camminai.
‘Nge trovai roie mele gentili,
e pe’ crianza mia nu’ le tuccai.
E quanto fui bella la crianza mia,
rurmivi nura e io te commegliai.
E sulo ‘na cosa me sento re currivo.
‘Nc’era lo fuoco e no me caglientai.

Nu iuorno camminammo pe’ orla mari.
‘Ncuntrai ‘na funtana fresca e chiara.
Lu core me ricia: “Vivi, vivi”.
L’uocchi nun se stancavano re ‘uardare.
Nu’ dia nu passo e due e me vutava,
la funtanella appriesso me venia.
Nu’ era ne acqua e ne funtana,
era la bella mia c’appriesso me venia.

‘na matina ‘nzieme a la mia bella,
simo iuti co’ ddoie canestre a coglie rose.
Quanno simo int’a lo rusito:
“Bella Angiulella, ronami ‘na rosa”.
Iedda se vota co’ ‘na vocca a riso:
“Nun sono la patrona re li rose.
Quanno murimo e ghiamo ‘mparaviso,
tu te puorte lo giglio e io la rosa.”

Ietti a lo ‘mbierno ca ‘nge fui mannata,
si mannata nun ‘ng’era nun ‘nge ia.
‘Nnanti a le pporte ‘nge truvai a Pilato,
me fece largo ca me canuscìa.
‘Nc’era ‘na ronna bella e combattia
co lo fuoco ardenti.
Costretta fui re l’addimmannare:
“Ronna, pecché li ppati ‘sti turmienti?”
Iessa se vota con amaro pianto:
“Nu’ l’aggio fatto l’amore cuntento.”

Dante e Virgilio nell'Inferno, dipinto di William-Adolphe Bouguereau, 1850.

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0 Responses to NAPOLI E CILENTO: ANDARE ALL’INFERNO SENZA AMORE

  1. Bubba says:

    A wonderful job. Super hpeulfl information.

  2. Puget says:

    Magnifique article, très bien documenté merci.