MICO ARGIRO' : CANTAUTORE DEI SUD DEL MONDO

http://www.youtube.com/watch?v=9lLVGBJGc_w

MICO ARGIRÓ: CANTAUTORE

Ci sono mondi misteriosi di cui si parla senza conoscerli o di cui non si parla neppure. Nella prima categoria rientrano i giovani. Usa qualificarli in mille modi. Non ve ne è uno che sia obiettivo. Non si sente mai dire di giovani che hanno le idee chiare da sempre. Il discorso potrebbe dilagare sino al mondo dei bambini: nessuno lo conosce, nessuno se ne cura con consapevolezza scientifica, con umanità matura. Sono l’asse portante di una cultura che non riconosce confini, sia i bimbi che i giovani (sanno mettere la fantasia al potere e indicare strade giuste per individuare i bisogni da soddisfare), così come quella portata in giro dappertutto dai ricercatori italiani. Un mondo di cui non si parla, invece, è il Cilento. Se lo si fa accade solo per contingenze tragiche (l’uccisione del sindaco pescatore: Angelo Vassallo) o per occasionali successi cinematografici (Benvenuti al sud, di cui resta il sospetto di operazione commerciale non ripetibile). È una eresia. C’è, invece, la prova che dal Cilento potrebbe nascere un nuovo umanesimo, dalle travolgenti ondate rivoluzionarie, giacché fatte di Cultura, di Arte, di Storia mai dimenticata, né seppellita dalle coltri del tempo. Esempi. Ne facciamo uno; è giovane; si occupa di Musica; si occupa di Parola. È Mico Argirò. Ci piace e il caso vuole che ci accomuni un nome: Jacques Prevert. Egli, questo Autore, cilentano a tutto tondo, ma anche calabrese, uomo dei sud del mondo (si legga ciò che dice sulla musica latino-americana e su quella cubana) ha rieditato la poesia QUESTO AMORE (la si cerchi, con gli altri titoli, in youtube), appunto di Prevert, trasformandola in un brano affascinante. È recente, invece, la nostra invenzione PARIS AT FIRE che sarebbe un sequel di PARIS AT TIME in cui abbiamo voluto trasferire una comicità non presente nelle parole del Maestro francese, ma funzionale alla necessità di avvicinare i giovani alla lettura della Poesia.
Segnaliamo l’affermazione di Mico:
Altra canzone che sta piacendo molto è “Maria”, dedicata alla figura della Madonna, cantata come una ragazza comune che si trova davanti a un grande destino, in un paese troppo piccolo, ma che accetta la sua missione ben conscia che “forse non le va” di avere un figlio che “appena nato è già morto”.
In ciò troviamo nulla di blasfemo (chi non ricorda il clamore che fece la canzone di Francesco Guccini Dio è Morto?, salvo poi a essere rivalutata anche in chiave religiosa), ma piuttosto la capacità di attraversare temi delicati con approccio poetico e decisamente originale.
C’è solo un neo, ma un neo che aggiunge fascino, in ciò che dice: non è vero che la sua non sia musica potenzialmente da stadio; la carica eversiva rispetto ai modelli artistici proposti dalla televisione e imposti dall’industria, che rileviamo chiaramente, la sensibilità poetica, la vicinanza a temi centrali e davvero rilevanti, la rendono potenzialmente vicina a movimenti di giovani capaci di divenire protagonisti con la voglia di partecipare, di esserci.
Resta da concludere con una valutazione diremmo etica: ci piace un giovane cantautore cilentano, politicamente corretto, che di una bella ragazza riesce a dire: “Non è soltanto bella, è riuscita a essere suggestiva ed emozionante”.

L’INTERVISTA

D – Iniziamo da noi, da casa nostra: dal Cilento. È la Grande Lucania, l’area che da Salerno giungeva sino alla Puglia e alla Calabria. È come iniziare da Madre Terra: sconosciuto, vituperato, rivoluzionario, fortunato per la sua bellezza. Ci sono tre strumenti che potrebbero narrarlo meglio di altri?

R – La chitarra battente, che, nella versione cilentana non vedo da tantissimo tempo, col suo suono tipico, ritmico e suggestivo insieme.
Il tamburello dal suono ossessivo che lega tutto il Sud Italia e vari generi popolari (dalla pizzica alla tammurriata, dalla tarantella agli stornelli ).
E poi la Voce, col canto tipico delle nostre terre, profondo e acuto, narrativo ed emozionante.

D – Edgar Allan Poe, maestro vero della parola, conosceva il Cilento. In una sua opera fa riferimento alle rose che vi rifioriscono più volte l’anno. È ancora così?

R – Le rose del Cilento hanno una tradizione antichissima, risalgono ai greci e ai romani: “Biferi Rosaria Paesti”, ce ne parlano moltissimi autori, da Plinio a Virgilio fino a Poe; ho approfondito bene il tema all’università (mi laureerò a breve in lettere moderne).
Oggi non so se esistono ancora le rose del cilento, mi sembra di no, non ne sono bene informato.
Quando però sento “Rose del Cilento” mi piace pensare a quelli che considero i “fiori” del Cilento, quei ragazzi che, come cerco di fare anch’io, rappresentano il lato Nuovo della cultura cilentana.
Ragazzi che scrivono libri, poesie, canzoni, dipingono, quelli sono i fiori del cilento, le Rose, quelli che porteranno la nostra terra nel futuro.

D – I cilentani, invece, come sono, adesso? Potrebbero ancora far paura, come al tempo dei ricchi giovani dell’aristocrazia europea, a partire dal XVII secolo, quelli del Grand Tour, che non ci arrivavano mai?

R – I cilentani di oggi non fanno paura a nessuno, anzi… siamo forse tra i più ospitali in Italia e l’incremento del nostro turismo ne è la prova.
I cilentani sono un popolo particolare, nato in una terra di confine, crocevia di esperienze diverse, tra il Sud e il Centro, tra l’Est e l’Ovest; figli degli antichi, ma proiettati al futuro.
La nostra è, poi, terra di Emigrazione (già dall’unità d’Italia).
Il cilentano di oggi cerca di aprirsi al mondo, anche superando moltissime difficoltà; forse dimentica parte della sua cultura d’origine (anche a causa di chi questa cultura dovrebbe tutelarla), ma il Cilento rimane un presupposto fondamentale nella sua vita.

D – Allontaniamoci dal mare. Alziamoci in volo, verso sud. Sorvoliamo la certosa di Padula, la Lagonegro di Mango, Castrovillari, Frascineto e altri paesi di minoranza albanese, la piana di Sibari … Giungiamo a Crotone. Ci nacque Rino Gaetano. Usò in diverse canzoni quel cordofono noto come banjo, che, partito dall’Africa, fu adottato dai neri degli States. Ti piacciono, entrambi, Rino e il banjo? Che rapporti hai con la Calabria e la Lucania attuale? Si potrebbe immaginare un unico grandissimo parco che inglobi il Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, quello del Pollino, quello della Sila, almeno sul piano artistico-musicale? Quali caratteristiche comuni ha la musica folk di questa ampia area?

R – Prima di tutto devo dire che con la Calabria ho un rapporto strettissimo, io sono di origine calabrese (da parte di padre) e ogni anno ci ritorno;in più ho fatto molte ricerche sia sulla musica che sulle tradizioni della Calabria.
Quando si parla di Rino Gaetano, poi, bisogna, per forza, inchinarsi un istante di fronte a uno dei più grandi della nostra storia musicale; rivalutato, come succede spesso, e osannato solo dopo la morte (sembra che devi morire per essere valutato in maniera obiettiva…).
Il banjo è uno strumento che ho sempre trovato interessante sia per il suono che per la sua storia, avevo pensato di utilizzarlo in qualche pezzo, ma sto aspettando il brano giusto (per come la vedo io gli arrangiamenti sono il vestito della canzone, devono calzare a pennello, un arrangiamento slegato dal pezzo, fatto solo per mostrare un lato musicale o, peggio ancora, virtuosistico, lo ritengo sgradevole).
Per quanto riguarda, poi, la Musica Folk il Sud presenta molti punti in comune (ma anche grandi differenze), di sicuro la nostra è una delle musiche etniche più interessanti di tutto il mondo (oggi spesso maltrattata dalla commercialità), ma, da qualche parte, la musica popolare, spontanea, esiste ancora: vi racconto un piccolo fatto, passeggiando per il paese di cui è originario mio padre (Rizziconi) mi sono imbattuto in una serenata di un fidanzato alla fidanzata il giorno prima delle nozze; tamburelli, organetto, chitarra… una esperienza unica.
La musica popolare che amo è quella che, ancora oggi, viene creata, non solo eseguita.

D – Henry James sostenne che gli scrittori sono chiamati a offrire la propria visione del mondo, con le parole. Usò uno speciale punto di vista: il dialogo interiore. Non si potrebbe forse dire che sia anche il compito del musicista? Tu come costruisci i tuoi testi? Con chi parli, a chi ti rivolgi? Da chi attingi ispirazione?

R – Il compito di un Cantautore è quello di comunicare, di emozionare, di creare suggestioni che restino… purtroppo siamo stati abituati per molto tempo a personaggi che tramite la musica non hanno comunicato assolutamente niente.
Alla base della mia scrittura ci sono sempre le mie idee sulla vita e sul mondo (è impossibile e ingiusto liberarsene) e la mia concezione della musica come vera e propria Arte: così come si scrive una poesia si compone una canzone.
Come si vede dai brani io sono particolarmente legato al Testo, la parte letteraria della canzone, e la curo nei minimi dettagli: parto dal testo iniziale (che di solito nasce di getto, sotto ispirazione) e poi curo, limo e modifico finché il tutto non mi sembra perfetto.
Non ho, poi, un pubblico di riferimento, non penso a chi ascolterà, mi rivolgo a chiunque abbia la sensibilità di comprendere le piccole cose che scrivo.
Per quanto riguarda l’ispirazione se ne potrebbe parlare per ore e non arrivare da nessuna parte: credo che l’ispirazione abbia anche un ché di Divino, è una mediazione tra la mia anima, il mio cervello e ciò che, da qualche parte in alto, mi viene inviato in un preciso istante.
Cioè ascoltate le canzoni, ma non sono solo merito mio. 

D – Ascolta questa canzone, per cortesia. Ti piacerebbe arrangiarla secondo i tuoi canoni? La ritieni attuale?

R – Conosco benissimo questo pezzo, è di uno dei più grandi Autori del Sud America; Jara l’ho conosciuto prima attraverso gli Inti-Illimani e poi ho ascoltato le sue canzoni.
Come non si può non stimare chi dice “Yo no canto por cantar
ni por tener buena voz…”.
Pochi lo sanno ma io sono un grande appassionato di tutta la musica del Sud America, dalle Ande al Cile, dall’Argentina alla mitica Cuba (in alcuni concerti ne ho fatto anche delle “citazioni”).
Vi rivelo un mio progetto futuro, ma molto futuro: inciderei volentieri un disco riarrangiando le mie canzoni più importanti in chiave Cubana, unendo Musica d’Autore e ritmo sudamericano, magari aggiungendo qualche inedito per l’occasione.

D – La tua produzione artistica, in sintesi: coniugazione alta di musica e parola. È il solco tracciato dai grandi cantautori italiani. Ci pare vi sia anche traccia dell’antica cultura cilentana e la voglia di non starsene immobili a subire il mondo. È così?

R – Innanzitutto grazie per il complimento, mi fate arrossire.
Però credo che abbiate centrato quello che è la mia musica: un Mix di suono e Parole, figlia di un amore etnico che mi porterò dietro ma desiderosa di creare in maniera autonoma, nuova, personale.
Oggi, come anche ieri, fare Arte significa reagire alla società, al mondo; “l’artista è un anticorpo della società” diceva De Andrè, io credo sia proprio così.
L’artista è, per natura, diverso dal mondo che lo circonda, è un germe di futuro; guardate Baudelaire o Pirandello o chiunque altro: erano accenni di cosa sarebbe loro seguito. Il Futuro.
Io non lo so se mi apro a questo, io scrivo solo canzoni.

D – Ce ne parli? Ci dici come sono nate le tue canzoni più note?

R – Le mie canzoni… sono una parte di me, di molte non ricordo la genesi (magari cancellata dal tanto lavoro di arrangiamento e registrazione) ma proverò a parlarne.
Prima di tutto “Felicita. Una canzone crepuscolare” ultima uscita.
Fui particolarmente suggestionato dalla lettura del poemetto di Gozzano e, dopo pochi secondi, era nata una Felicita nella mia mente, diversa da quella che avevo letto; l’ho solo trasportata in canzone, attento a tradurre la sua semplicità in parole. Ci sono delle frasi di questa canzone di cui sono molto contento.
Parlerò poi delle mia canzoni più conosciute, quelle che, dalle email che mi arrivano, mi stanno dando particolare riscontro.
“Caravaggio”, dall’arrangiamento accattivante (soprattutto secondo quanto mi dicono), è nata dopo essermi trovato di fronte al “Martirio di Sant’Orsola”: un’emozione unica, non riuscivo più a staccarmi, dopo poco era già composta la canzone su di lui.
“Questo Amore” è una mia personale traduzione in canzone della poesia di J.Prevert; mi sono permesso alcune licenze, ma credo sia rimasto intatto il germe poetico che aveva ispirato l’autore, magari filtrato da quella che può essere la mia sensibilità.
Altra canzone che sta piacendo molto è “Maria”, dedicata alla figura della Madonna, cantata come una ragazza comune che si trova davanti a un grande destino, in un paese troppo piccolo, ma che accetta la sua missione ben conscia che “forse non le va” di avere un figlio che “appena nato è già morto”.
Potrei parlare poi di tantissime canzoni, ma per ragioni di spazio credo sia impossibile; mi limiterò ai titoli e alle tematiche: Risveglio (di cui uscirà una mia nuova interpretazione) legata alla tematica della guerra e del dopoguerra (è una canzone più ottimistica di quel che si pensi), Bohèmien che tratta la figura dell’artista, Ultima notte a Capo Vaticano dedicata all’ultima volta che vidi in vita mio nonno, “Tutti i diversi del mondo – Contro i muri di questa città” legata al tema della diversità, Permettete sulla tematica del dissenso e della protesta.

D – In ciò che abbiamo visto di te e della band ci pare sia evidente la propensione all’azione artistica coerente, suggestiva, legata da un filo conduttore e, quindi, idonea per essere goduta sia in spazi teatrali che in eventi di stampo sociale, in ampi spazi come gli stadi. Ci sono queste forme di spettacolo nel vostro futuro?

R – Per il futuro credo sinceramente di continuare a scrivere canzoni, non lo so dove queste canzoni mi porteranno, so solo che continuerò a farlo (perché amo farlo).
Sogno, in un futuro, un tour teatrale, in un contesto dove l’attenzione sui brani è particolarmente accesa, non mi vedo un tipo da stadio, non credo che la musica d’autore riempia gli stadi: è una musica che tocca il profondo di chi è disposto ad ascoltare.

D – Ci presenti gli altri?

R – Gli altri sono amici e compagni di viaggio che mi aiutano nel percorso artistico: c’è Giampietro Marra, percussioni, con cui suono da tanto (anche nei Live), Pierfrancesco Vairo, batterista, Francesco Cara, chitarrista, Emilio Di Mauro, Piano e Synth (con cui inizio una nuova collaborazione nei Live), Antonio Brunetti, basso, anche lui nuovo nei live con me, Cristian Tarullo, tromba, sia in registrazione che nei live, Gaetano De Feo, chitarrista e tantissimi altri ancora.
Ad arrangiare “Felicita.Una canzone crepuscolare” Enzo Argirò, giovane ma già un professionista come pochi.
Voglio poi nominare, tra tutti, Andrea Siniscalchi, amico poeta con cui ho un forte rapporto di interscambio (parliamo molto) e Luciano Tarullo, amico cantautore e rocker, con cui condividiamo la vita nella musica.

D – E quella straordinariamente bella ragazza che appare nel videoclip di “Felicita. Una canzone crepuscolare”, chi è? Si nota la mano di un regista che ama la musica e la terra cilentana. È così? Chi è?

R – La ragazza si chiama Simona, alla prima esperienza in un videoclip, non è un’attrice ma ha saputo interpretare benissimo Felicita, l’ha capita, l’ha fatta sua.
Non è soltanto bella, è riuscita a essere suggestiva ed emozionante.
Molto importante è stata la mano di Alessio Partenopeo che ha saputo miscelare bene le immagini dei nostri luoghi con le scene di Simona e i passaggi con me e la band.
Dal suo impegno è nato questo video; gli sono molto grato, soprattutto perché questa è una canzone a cui tengo molto e l’essere riuscito a tradurla bene in immagini l’ha avvicinata ancora di più al pubblico.

Vi ringrazio davvero tantissimo per l’attenzione alla mia musica, a quello che cerco di fare. L’Arte ha tanto bisogno di un servizio di qualità. Grazie.

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