LA NUDA E CRUDA VERITA’ NELL’INTERVISTA RESA DA LUCA SORRENTINO-COMPAGNIA B

Mi piacerebbe non ci fossero distinzioni di genere, in generale.

                                                                                                                                                       Luca Sorrentino

 

 

                                            COMPAGNIA B

 

ALTRO CHE LATO B COME GENERICA ZONA SECONDARIA E MARGINALE-DALLE PAROLE DI LUCA SORRENTINO: SCHIETTEZZA, CHIAREZZA, LUCE PROIETTATA NEGLI ANFRATTI CUPI E DESIDERIO DEGLI OPPORTUNI SILENZI OVVERO DELL’UNICA NOTA ESSENZIALE A OGNI PARTITURA

 

L’intervista dove emerge l’inutile distinzione dei generi, in qualsiasi campo. Opzione ovviamente condivisa da chi lo ha intervistato, ma si afferma, purtroppo, in mille occasioni e in sin troppi temi. Emerge, altresì, un magma ideologico-tecnico, un bagaglio di equilibri magistrali e lucide visioni, che fanno il substrato su cui fonda COMPAGNIA B e ne dice il peso specifico, straordinario, nel panorama della drammaturgia europea. Le risposte, lette in controluce, insegnano moltissimo e svelano come, pur utilizzando medesimi strumenti, si può essere meri e vuoti replicanti. O geni innovatori.  

A cura di Alessia e Michela Orlando

 

 

 

 

 

D. Il corpo, la carne, a Teatro, solo un contenitore dell’anima, della cultura, della storia dell’attore, o tutto ciò è piegato e riavvolto nelle sue pieghe, regalato allo spettatore anche solo in uno sguardo, in un indice che vibra?

 

Luca Sorrentino Entrambe le cose: il corpo è al tempo stesso strumento e oggetto di espressione. Significante e significato, per usare un’espressione banale. La peculiarità, la grandezza e l’immortalità del teatro stesso probabilmente sta proprio in questo: nel suo essere e farsi carne, pubblicamente.

 

D.  La non subalternità, seppure facendo un passo di lato e dando adeguata visibilità a qualcosa che si pretenderebbe essere minore, giacché fuori dalla istituzionalità, è gesto rivoluzionario, creativo. Di quelli che insufflano la vita. È come una semina negli spazi aridi di una cava, ma dopo l’impianto delle piante pilota. Lo spazio scenico come contenitore che libera energie si prepara ad accogliere nuove istanze e dà frutti nuovi. Non è secondario. Anzi! È un tema a voi noto. O no?

 

L.S. E’ sicuramente il motivo e il motore del nostro agire teatrale, mediato e diluito, purtroppo, da inespugnabili realtà materiali oggettive, con cui l’arte deve comunque fare i conti nel suo incarnarsi dall’ideale nel materiale.

 

 D. Imparare l’arte. È utile leggere molto, andare all’Università, assistere a molti spettacoli, frequentare gli stage con i grandi Maestri? O sarebbe necessario andare a bottega?

 

L.S.  Sicuramente la cosa più importante per un artista è l’onesta e la coerenza con se stessi.

Ognuno di noi sa benissimo, nel suo intimo, se e quanto sta mentendo. Sa benissimo quando e quanto sta accettando compromessi (i motivi sono pressocinfiniti e per ognuno siamo abilissimi a trovare una nobilissima e falsa giustificazione), e quanto si sta, per esempio, vendendo.

Detto questo, nella propria formazione può rientrare tutto: leggere, vedere spettacoli, studiare, fare esperienza; ma tutto questo rientra nella categoria INPUT. A noi interessa vedere invece cosa viene fuori, e soprattutto COME: con quanta forza, originalità, personalità, urgenza, verità. I teatri sono intasati di scadenti imitatori dei maestri, di cerimonieri di forme obsolete, di riesumatori di cadaveri.

 

D. Potrebbe bastare andare a bottega?

 

L.S.  Potrebbe essere un percorso. Il rischio è di diventare delle inutili brutte copie. I veri maestri sono quelli che ti insegnano ad essere te stesso e poi scompaiono.

 

D.  LE VILLE MATTE  e le varie RESIDENZE. Di cosa si tratta? Un mondo nuovo che si apre al mondo per la Sardegna o c’è un retroterra che prelude a tutto ciò? Vi sono strutture sceniche adeguate?

                                                      

L.S. LE VILLE MATTE è il primo caso di residenza artistica ideata da un ente pubblico (Provincia di Cagliari), esempio lodevolissimo. In Sardegna il teatro è molto attivo, anche con casi di eccellenza qualitativa. Purtroppo ci sono poche aperture allo scenario nazionale e internazionale, per vari motivi tra cui i principali sono l’insularità (soprattutto mentale) e lo scenario politico poco attivo in tal senso.

 

D.  Un refrain: la crisi economica (è una novità per la Cultura?). Lo dicono tutti: in Francia si sta investendo nella Cultura. Tutto sommato da noi non si mai davvero investito. Il progetto della Provincia di Cagliari e di tre suoi Comuni, ci pare un miracolo. Lo è? Sarebbe possibile esportarlo altrove in Italia? I privati potrebbero essere sensibilizzati in qualche modo e trovare conveniente investirci?

 

L.S. Ormai da anni è assodato che gli investimenti in cultura sono tra i più efficienti in termini di rendimento. Purtroppo la mentalità diffusa, a livello politico ma non solo, tende ancora a pensare al rendimento come un fattore esclusivamente economico, ignorando componenti fondamentali del vivere umano come la felicità, il divertimento, le emozioni, la speranza, la comunicazione, etc.

 

D. «Grido e brucia il mio cuore senza pace
Da quando più non sono
Se non cosa in rovina e abbandonata.
»

(Giuseppe Ungaretti Cori descrittivi di stati d'animo di Didone, III), potrebbe essere utilizzata in un messaggio promozionale per dire della crisi del Teatro?

 

L.S.  Giuseppe la buttava sempre un po’ sul drammaticone. La situazione del teatro e della cultura in Italia mi sembra non meriti parole così intense, per descriverla mi sembra sufficiente un qualsiasi componimento di Sandro Bondi, Ministro della Cultura della Repubblica Italiana (rileggere lentamente l’ultima frase) (ripetutamente, finché non acquista senso, cioè per sempre).

 

D. Ci siamo imbattute nelle lettere di Luigi Vanvitelli al fratello sacerdote. In una, spedita da Napoli il 21 gennaio 1764, tra l’altro scrive: Ieri sera andiede in scena La Didone, musica di Traetta, assai bella, con magnifiche decorazioni e balli, etc. Vi fu Prologo, musica cattivissima di Majo; cantò Cafariello capronescamente, ma i suoi partegiani dicevano esser miracolo dell’Arte Musica, e ritrovavano buono  ed ottimo il fetido capezzale delle piazze, da questi lazzari e simili…

Ecco, la CRITICA. Potrebbe danneggiare uno spettacolo valido e favorirne uno non buono?

 

L.S.  Secondo me per la critica vale quanto detto per gl artisti: è importante l’onestà, soprattutto con se stessi, il resto viene da sé. Trovo comunque che, in generale, il livello dei critici italiani sia buono.

Mi spaventa molto invece il contesto in cui ci troviamo, noi e loro, ad operare. Un contesto in cui la cultura e l’istruzione non ha quasi nessun valore e  la scuola (base della nostra formazione) viene continuamente svilita e svalutata. Con queste basi, che pubblico si spera di avere per il teatro?

 

D. Meglio il passaparola per fidelizzare lo spettatore o sarebbe utile, più utile, un piano di comunicazione professionale? È mai successo che il Teatro abbia potuto reperire i capitali per farsi pubblicità?

 

L.S.  E’ assolutamente necessario un piano di comunicazione professionale.

 

D. Si può sostenere che non i figli ma le parole, dunque anche il gesto che comunica, sono pezzi di cuore?

 

L.S.  Si, la verità di un gesto fatto con amore, per se stessi e per gli altri, è un pezzo di cuore donato, come un albero fa con i frutti.

 

D. Ancora la parola: a Teatro, a cinema, in televisione, nel web…

 

L.S.  Decisamente troppe parole. Le parole sono importanti, ma le usiamo come merce di poco prezzo. Se eliminassimo quelle inutili, vuote, dette o scritte senza una vera intenzione, ne resterebbero molto poche.

 

D. La voce di Edoardo, diretta ai giovani napoletani, lasciata libera nel deserto dell’alta borghesia napoletana, come nella kasbah dei rioni affollati: Fuit’venne, è solo una eco dispersa nell’universo per l’eternità o resta altro? Se fosse vivo, oggi, quel grido lo destinerebbe solo ai napoletani?

 

L.S.  E’ un bel dilemma. Restare e lottare, faticosamente e contro la corrente della melassa in cui siamo immersi, oppure arrendersi, andarsene, partire in luoghi più affini e ricettivi? Insomma: essere (con fatica) o non essere (essere altrove)? Non lo so. Ci sto ancora pensando.

 

D. Vediamo qui e lì seri problemi. Seguendo per interposta persona Mario Pirovano, figlioccio e interprete dei testi di Dario Fo  e Franca Rame, impegnato nel MISTERO BUFFO, abbiamo scoperto: I- che al sud (nel rinato teatro settecentesco di Laurino, Salerno) in pieno inverno, non funziona più il riscaldamento; il bagno è insufficiente e il camerino peggio che cantar di notte;

II- che a Modena (centro-nord, il 16 di questo mese), Mario si accorge che l’impianto luci prevede solo i fari in faccia e l’audio è pessimo (non si sente; casse mal poste sul palcoscenico all’aperto). È solo un problema di maestranze non formate, di aziende che di audio e luci non sa nulla e non sa usare la scheda consegnata dall’artista, o anche in questo caso la crisi economica falcidia le strutture minime ed essenziali per la buona resa di un testo?

 

L.S.  Rispondo con una citazione:

– Mr. Fennyman, lasciate che vi spieghi come funziona il teatro: la sua condizione naturale è una serie di insormontabili ostacoli sulla via di  una imminente catastrofe.

– E cosa possiamo fare?

– Niente. Stranamente poi si sistema tutto.

– E come?

– Non lo so, è un mistero.

 

D. Tanti anni fa Ciro Damiano (Teatro e cinema. Coppia fissa a lungo con Claudio di Palma per il Teatro e il cinema di Ruggero Cappuccio. Sostituito da Lello Arena negli ultimi allestimenti di SHAKESPEA  RE  DI NAPOLI) ci raccontava di essere frustrato: dopo venti anni passati sulle tavole dei palcoscenici, aveva avuto una botta di celebrità solo perché apparso, per 20 sec., in una trasmissione di secondo piano (il pubblico doveva individuare fra tre volti quello appartenente a uno solo di loro con un vero difetto nell’espressione. Nota: tutti sostennero fosse lui che, invece, ha un volto regolare). Conviene vendere l’anima al diavolo per la notorietà?

 

L.S.   No.

 

D. Teatro giovane. La prima sensazione potrebbe essere: approssimazione; entusiasmo ma scarsa professionalità. Noi lo difendiamo, ma non siamo obiettive, avendo fatto compagnia per sette anni. Possiamo dire, non per vanteria, ovviamente, che si provava fino a mezzanotte dando sempre tutto; che la prova generale era un evento sentito e speciale; che nel caso della Gatta Cenerentola una di noi si ruppe un labbro mezzora prima di entrare in scena. Sangue a litri. Ma fece il suo dovere. Solo dopo i ringraziamenti, a mezzanotte, corsa e punti di sutura in ospedale. Nel caso di Alice nel Paese delle Meraviglie: entrambe parotite. Si recitò lo stesso. Siamo certe che i giovani in cui vi siete imbattuti e vi state imbattendo rientrino in questa logica. O no?

 

L.S.  Conosco solo due realtà giovanili: Sicilia e Sardegna. In Sardegna vedo nei giovani molto entusiasmo ma poca vera urgenza di dire, fare, comunicare se stessi e il proprio mondo. Una sorta di noia diffusa, con poca passione. In Sicilia trovo invece molto di più questa urgenza, quasi una rabbia esplosiva. Credo sia questa urgenza il motore dell’arte. Il resto produce solo intrattenimento, quando va bene.

 

 

D. Vi è chi sin dall’inizio ha fatto Teatro usando le tecnologie disponibili. Sappiamo, ad esempio, di Martone che, con la sua Falso Movimento, a Salerno, fine anni settanta, usò alcuni televisori come parte integrante della messa in scena. Oggi? E le nuove tecnologie, tipo l’iPAD, servono anche come mezzo di diffusione dell’Arte? 

                                        

L.S.  Vale tutto, assolutamente tutto, se usato nella propria ricerca di veritè espressiva e non solo per stupire superficialmente. Per esempio ho visto uno spettacolo molto bello e originale (Sandokan, de I sacchi di sabbia) realizzato con un tavolo da cucina e degli ortaggi. L’iPAD non è indispensabile.

 

D. Meglio i testi degli altri o meglio scriverseli?

 

L.S.  Meglio scriverseli su misura, stanno meglio addosso. O al limite riadattare sulle proprie misure un bel testo classico.

 

D. Qual è in questo momento la miglior piazza? E in Sardegna?

 

L.S.  In Italia, e anche in Sardegna, mi sembra che il meglio circoli nei festival.

 

D.  Chi fa Teatro sa che il divieto tacito dell’uso del color viola è legato ai paramenti sacri che assumono quel colore in caso di morte. La conseguenza: in quelle occasioni saltava la messa in scena e la possibilità di guadagno. Ma, oggi, considerata la solita crisi, non sarebbe il caso di allestire finalmente uno spettacolo tutto in viola? Insomma , magari solo per esorcizzarla.

 

L.S.  Fosse solo questo il problema, mi metterei anche le mutande viola.

 

D. Teatro Donna: di stampo civile o di qualsiasi genere (ammesso che non lo sia tutto e sempre)?

 

L.S.  Questa domanda è forse un po’ stupidina. Mi piacerebbe non ci fossero distinzioni di genere, in generale.

 

D. Volgiamo al termine: ecco la Lanterna Magica. Giacché siete più Enti e più compagnie, lasciatevi pure andare liberamente. Non limitatevi a tre. Sfregate pure. Sapete cosa sta per succedere.

 

L.S.  Desideri quasi impossibili:

che i politici si occupassero onestamente della cosa pubblica;

che tutti noi pensassimo meno ai nostri affarucci individuali e provassimo fratellanza e compassione verso gli altri, specie se meno fortunati;

che i bambini non soffrissero;

che sparissero i ricchi, parassiti della miseria altrui: E io chiedo agli economisti politici, ai moralisti, se hanno già calcolato il numero di individui che è giocoforza condannare alla miseria, al lavoro eccessivo, alla demoralizzazione, all’infanzia perenne, alla più abietta ignoranza, alla disgrazia ineluttabile, alla penuria assoluta, per produrre un ricco. Almeida Garrett.

 

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