HORROR: CONCORSO LETTERARIO SULLA PAURA – MELTIN’BO – MELTIN’BOOKS

Una Opera di ELISEO OBERTI: GUERRA.

PAURE

Uno sparo.
Nella notte.
Forse.

Tutto sommato, anche se ancora esistono dubbi, così iniziò la vita di questo Universo.
Uno sparo, una saetta. Frastuono. Un fulmine, un altro, un altro ancora. Miliardi di fulmini. Qualcosa che spacca i timpani. Qualcosa che spacca il cuore. Qualcosa che ti stravolge.
Dolori.
Dolori atroci.
Infine tutto si fa calma.
Ora stai bene.
Ora sei felice.
Cosa c’è di diverso da tutto ciò che queste immagini richiamano alla mente e l’attimo in cui il corpo della donna, dopo trasformazioni dapprima lievi e poi devastanti, finalmente si apre?
Si rompono le acque.
Nasce una nuova vita.
E come lo vive questo processo chi nasce?
Non lo sappiamo.
Anche se qualcuno parla di sensazioni e capacità di capire del cervello anche stando ne grembo materno, nessuno potrà mai raccontarlo come esperienza consapevole.

E poi accade altro.
E poi subentrano le paure.
E poi sei sola.
E poi il mondo ti appare diverso.
E poi ti aumenta il senso di protezione, ti aumenta l’urgenza di difendere quel corpicino.
E se sei straniera in Italia e sei giovane, come vivi questa situazione, DOPO LO SPARO?
Queste paure ce le narra Gabi Piciu.

IL 18 SETTEMBRE E ADRIANA

Nani nani puiul mami
Nani nani nani na
In questa notte dolorosa, non sono italiana, lo è il papà
Non sei rumena, lo è mammà
Adriana, ho paura ma sei nel mio cuore
Non so che lingua parlerai,
né se un fiume di parole ti porterà via
O se ti arricchirà
Nani nani puiul mami
Nani nani nani na

Nani nani puiul mami
Nani nani nani na
Pulcino mio, ti parlerò con il cuore
Non servono parole
Dormi ora, il silenzio è giunto e fame non hai
Ascolta quel suono che già sai, dimentica il mio patire
Il suo vibrare lo ritroverai sempre
Nani nani puiul mami
Nani nani nani na

Nani nani puiul mami
Nani nani nani na
Se non potrai trasformare le braccia in forti leve
Se rischierai per la mareggiata
Ascolta la musica che già sai
Nulla ti travolgerà
Lasciati cullare, ora e sempre
e se puoi portami con te, ovunque andrai
Nani nani puiul mami
Nani nani nani na.

(In rumeno puiul è il pulcino).

AD ANNA ANDREEVNA ACHMATOVA

Un fiume di pallottole attraversò le carni del tuo uomo
Dopo la sera venne la notte stellata
Tu raccogliesti briciole di vita
Nel fiume di parole mettesti l’anima, l’amore

Fu dramma, a pieno sole, e ti facesti Poeta
Senza girare le spalle alla nuda terra
Volgesti lo sguardo altrove
E ora, tremando mi chiedo: dove sei?

PER TE. PER ME

Stanca,
mettendo il capezzolo
nella tua boccuccia,
ti amo e tremo
temendo di perderti
nei flutti senza vita.

Gabi Piciu.

Ma la vicenda non finisce qui.

La sensibilità di una donna è forse anche nella mente di un maschio se il maschio è sensibile e ha il coraggio di affrontare il mondo.
È quel che ha fatto ed è il coraggio instillato nella mente di Eliseo Oberti che noi troviamo vicini alla fase della creazione.
Vicini: diremmo affini, ammesso che non sia la stessa cosa.
Egli pratica la solitudine in un mondo in cui è difficile trovare chi non voglia sovraesporsi.
Adesso, però, Eliseo non è solo. Adesso Eliseo ha SARA con sé e ce la narra così:
Sara, la mia giovane compagna, ha 28 anni ed io ho avuto la fortuna di incontrarla durante il viaggio effettuato dal 2002 al 2004 dall’Alaska alla terra del Fuoco che mi ha portato a toccare anche il Nicaragua, suo paese d’origine.
E’ nata negli anni appena successivi alla guerra civile in un paese dalla storia travagliata e dalla difficile situazione socio-economica, una tra le peggiori del continente americano. Vissuta in una famiglia numerosa ha attraversato periodi non facili, come quello durante l’uragano Mitch che colpì duramente anche le popolazioni dell’America Centrale nel 1998. Dopo alcune esperienze in campo sociale nel suo paese ha vissuto in Italia per 3 anni riconoscendo i lati positivi e quelli negativi della vita occidentale. Da alcuni mesi viaggia con me.

Il suo è un mondo concreto, fatto di sensazioni forti.

Il suo è un mondo poetico.
E non c’è nessun contrasto tra questi due mondi, se si è gentiluomini.

Lui, Eliseo Oberti, lo è.

Tra queste ci pare di cogliere come potente, a esempio, il momento che precede il dormire.
Forse quel momento ti riconduce a situazioni ancestrali.
Ed Eliseo Oberti quel che vive in quei momenti, come quelli vissuti in altre situazioni, ce le narra in varie forme artistiche.
In questo caso, mentre Gabi Piciu può solo consegnarci le parole, non avendo, purtroppo, molti altri mezzi, lui lo sa fare davvero in mille maniere.

Una Opera di ELISEO OBERTI: Lucida follia

Ma non finisce così.

E Carlo Muccio come si approccia al tema LA PAURA?
Egli è un Maestro.
Noi lo diremmo tout court.
Perché: intanto chiunque si apra agli sconosciuti (è accaduto con noi) senza porsi problemi di sorta, dando ciò che si ha senza freni, è di certo persona sicura dei propri mezzi.
E Carlo Muccio, si provi a contattarlo, dà davvero molto.
Sarà la sua natura partenopea?
Noi crediamo sia collegato al fatto che egli vive, che egli è in simbiosi con la musica.
Lo si veda, lo si guardi mentre suona.
Si colga la sua maestria; si metta mente al flusso elegante delle note generate dalle dita, che ora sfiorano, ora percuotono le corde e la chitarra. Quelle dita, lo diciamo senza enfasi, pare amino sfrenatamente quelle sorgenti di benessere.

Sono forse la stessa cosa? La carne umana è musica?

E che ha a che fare Carlo Muccio con la paura?
Si legga il suo racconto, per cogliere una spiazzante declinazione del tema.

PERCHE’, CRISTO, PERCHE’?

Era il solito pomeriggio di novembre: da cancellare. La pioggia si ostinava a battere sui vetri della finestra; l’umore era da tempo giù, sotto zero, come le temperature polari.
Il libro di matematica giaceva aperto a pagina 243; aspettava che i miei occhi recalcitranti si posassero sugli esercizi: radicali a go go, da svolgere obbligatoriamente. Invece me ne stavo apaticamente sprofondato nel letto. Anche una mosca era lì, appiccicata sui vetri, inerte, evidentemente esausta, senza voglia di ronzare.
Quale atroce destino ci accomunava?
La TV accesa faceva da controcanto al rumore della pioggia che, sempre più incessantemente, si versava giù dalle cateratte aperte del cielo. Lo speaker annunciava tragedie, sciagure, massacri. Mi pareva di sentire odore di sangue. E grida, preludi di morte.
Rimuginavo i pensieri di sempre: era mai possibile che fra tutti quei grandi della terra, fra tanti cervelloni e menti eccelse non vi fosse un pugno di persone che riuscisse a risolvere, una volta per tutte, le annose questioni che tanto opprimevano i popoli e facessero sì che si ricordassero di essere fratelli?
D’un tratto la mia mente si soffermò su Gesù. Che c’entrava il Cristo con quelle efferate tragedie? C’entrava e come! Perché Lui, che tutto poteva e tutto gli era permesso, non “premeva un bottone” dall’alto per porre fine a sofferenze, guerre, distruzioni e sciagure?
Il mio cervello “triturava” osservazioni che mi apparivano ingenue. Pensai anche: beata gioventù, ridendo di me stesso.
E fu in quel momento che sentii un soave profumo; avvolse con la sua benefica fragranza la mia stanza e, nel contempo, avvertii una presenza estranea. Nell’aprire gli occhi lo sguardo si posò incerto su una figura d’uomo che giaceva ai piedi del letto. Balzai spaventato; ma quello mi sorrideva e mi tendeva le braccia con movimenti lenti. Pensai volesse rassicurarmi e ciò mi spaventava ancora di più. Era una trappola?
Vestiva con una lunga e candida veste; il viso era scarno; i fluenti capelli castani si adagiavano sulle spalle e una folta barba, ben scolpita, non mascherava la sofferenza fisica.
lo non proferii parola; fu lui a esordire amabilmente: mi stavi pensando? E’ bello sapere che qualcuno lo faccia!
No, non poteva essere. Quella specie di ologramma non poteva che essere Lui. E io al suo cospetto! Incredibile, mi dissi; io, un essere così banale, incapace di poter far qualcosa, di poter aiutare qualcuno, mi trovavo davanti a quel mito che aveva fatto una rivoluzione.
Quella figura celestiale, come se avesse letto nel mio pensiero, mi parlava. Mi chiedeva di dirgli delle mie sofferte idee.
Raccolsi tutto il coraggio tra schegge di paure nella mente e trovai un filo di fiato per chiedergli un valido motivo per il quale Dio permettesse tutte quelle assurde barbarie. Non aveva predicato lui stesso che eravamo tutti fratelli? Come poteva metterci l’uno contro l’altro, permettendo quel feroce spargere di sangue? Come aveva potuto trasformare la religione in una sorta di violenza e vendetta? Perché ogni popolo credeva in un Dio diverso e, soprattutto, perché molti individui in nome del proprio Dio stroncavano vite umane sacrificando persino la loro? Dove albergava o dove si nascondeva il Dio quando sciagure e barbarie falcidiavano l’umanità? Perché tutto ciò accadeva sempre ai poveri, agli afflitti, agli emarginati, a chi già soffre? Perché si accaniva contro di loro? Perché li aveva creati per poi farli soffrire atrocemente?
Troppi perché sparati a raffica, tanto che sentivo la voce e la lingua impastate, avvelenate. Il cuore pulsava all’impazzata e mi pareva stesse per esplodermi nel petto.
La Divina figura stette per un istante a guardarmi con uno stentato sorriso sulle labbra. O era sardonico? Voleva che la mia collera si placasse un po’ o voleva spaventarmi?
Con fare eloquente si avvicinò e, tenendomi una mano fra le sue parlò: Fratello, la mia sofferenza è di gran lungo superiore alla tua! Mio padre ha creato l’uomo provvisto di ragione e intelligenza tale che nel corso degli anni si è evoluto sempre maggiormente realizzando conquiste in tutti i campi scientifici. La sua bramosia, la voglia di avere e di potere ha superato i limiti di tolleranza, calpestando il consentito e il buonsenso. La sua cupidigia lo ha indotto a schiacciare il suo simile pur di ottenere il proprio fine, spingendolo persino a barbarie inaudite e crudeli.
Eppure, Dio l’Onnipotente mio padre, non si scandalizza dell’uomo, della sua tiepidezza, della sua empietà poiché difficilmente l’uomo accetterà, senza scandalo interiore, la Sua Parola tramite me medesimo sceso sulla terra e divenuto uomo oltre 2000 anni fa.
Unico è il Creatore! Unico è l’Onnipotente anche se ogni popolo lo implora e lo chiama in modo diverso!
L’Onnipotente ha creato dal nulla il mondo e ha posto l’uomo, Adamo ed Eva, a governo di esso con l’intesa di rispettarlo e di averne cura infinita. Ha permesso, inoltre, all’uomo di moltiplicarsi chiedendogli in cambio di amare i suoi simili e onorarli come fratelli. Vane sono state le sue richieste. Infatti, già nell’Eden è stato disubbidito facendo sì che venisse colto il frutto del peccato. Successivamente si è macchiato le mani col sangue del suo prossimo uccidendo il fratello Abele. Il rispetto dei Dieci Comandamenti, che mio padre ha affidato a Mosè, è stato innumerevoli volte violato, calpestato e disonorato tanto da indurre il Creatore a scatenare le forze del cielo e della terra, dando luogo ad un violento diluvio distruttore, permettendo solo a poche unità di uomini e animati di salvarsi dalla funesta ira Divina. Il successivo ripopolamento della terra non è servito a placare la bramosità di odio, vendetta, invidia, accidia e perdizione insiti nell’uomo, per cui, a tal proposito, l’Onnipotente risentito ed esausto ha abbandonato l’uomo al proprio destino.
Tutte le sciagure, i disastri e le barbarie, che numerose si susseguono, sono esclusiva opera dell’uomo, nessuna è comandata dal Padre Eterno, nessuna è scatenata da Lui!
Ricorda, fratello mio, tutti gli avvenimenti nefasti sono generati dalla volontà dell’uomo!
La figura Divina stette nuovamente in silenzio con le mani giunte e gli occhi socchiusi; poi replicò con voce sommessa e triste: il susseguirsi di questi avvenimenti oscuri gonfiano il mio cuore di dolore e sofferenza più di quanto non abbia già patito sulla croce.
Comunque sia, un Angelo è stato posto alla destra di ogni uomo a sua custodia pronto ad accoglierlo al proprio pentimento tra le sue braccia e a condurlo nel luogo di gioia e pace eterna e, ciò rappresenta il premio per tutti coloro che hanno patito, sofferto e subito crudeltà durante la propria breve vita sulla terra.
D’un tratto mi sentii scuotere. Non c’erano altre possibilità. Non poteva che essere lei.
Oppure no? Oppure ben altri destini mi attendevano?
Era lei, era lei: mia madre che mi destava. Avevo, forse, solo sognato? Nulla era accaduto? Il Cristo non mi era apparso, non si era materializzato, era stato tutto un sogno contemporaneamente bello e spaventoso?
Nell’alzarmi, però, avvertii la stessa fragranza con la quale si era manifestata la Divina Creatura. La pioggia non batteva più sui vetri e un gigantesco arcobaleno era sorto nel cielo. Persino la mosca che dapprima era appiccicata ai vetri, come avesse ricevuto una carica di energia, svolazzava intorno alla lampadina del lume. Un ennesimo fatto strano si era, poi, verificato: dal libro di matematica aperto sulla scrivania sbucava fuori un vistoso lembo di un’immagine di Cristo crocifisso che utilizzavo come segnalibro.
Coincidenze? Una vendetta per l’uso distorto del santino?
Non l’ho mai saputo.

Consigliamo di approfondire le figure di Gabi Piciu ponendo attenzione alle sue parole
Consigliamo di approfondire le figure di Eliseo Oberti e Carlo Muccio anche nel web, pure per le loro note biografiche.

ELISEO OBERTI
Qui:

http://eliseooberti.blogspot.com/

qui:
http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=3605

e qui:
http://eliseoobertifotopopart.blogspot.com/
Facebook: http://www.facebook.com/eliseo.oberti
CARLO MUCCIO
Qui:
http://www.napolimisteriosa.it/conoscere-carlo-muccio-e-la-sua-maestria-musicale/
qui:

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0 Responses to HORROR: CONCORSO LETTERARIO SULLA PAURA – MELTIN’BO – MELTIN’BOOKS

  1. Tutto molto interessante!!
    Complimenti agli artisti,
    scrittori, poeti e musicisti.

  2. La paura, minaccia latente nel pensiero dell’uomo, può manifestarsi in molteplici forme intellettuali, generatrici di ansie individuali e collettive, le prime esposte ad ogni tipo di timori, sia reali che immaginari, le seconde giustificabili negli eventi storici e politici, economici o religiosi.
    Ho avuto modo in passato di trattare l’argomento, in occasione di un articolo da me scritto per un mensile, documentandomene, pertanto, ad ampio raggio (chi fosse interessato, potrà leggerlo sulle mie note al seguente link: http://www.facebook.com/#!/note.php?note_id=145442909093).
    Posso, quindi, affermare che i contributi al concorso sul tema della paura, presentati in anteprima su questo blog, sono oltremodo interessanti, in quanto ne colgono i vari aspetti e sfaccettature, interpretandone le forme e giustificandone le ragioni.
    Degni di nota tutti i componimenti per la loro sensibilità artistica e profondità espressiva. Bravi!!

  3. Alessia e Michela Orlando says:

    Grazie, Monica.
    Si, ci sono problemi con quel link.
    Ma abbiamo ricercato nel web trovando l’articolo cui alludi (difficile ci sia un errore, ma non si può mai sapere…).
    E’ qui:
    http://www.edizioniambiente.it/repository/rassegna/mv0707.pdf
    recensione al libro Il peccato e la paura, Jean Delumeau, Il Mulino.

    Grande articolo.
    Per la verità: per noi è una conferma. Ci era capitato di leggere le tue considerazioni-recensioni, anche su “cose” da noi provenienti: grande capacità di sintesi, effettiva capacità di entrare in sintonia con l’autore cogliendone le motivazioni.
    Hai una straordinaria capacità di rilevare il non detto, la trama non esposta. Ciò è particolarmente rilevante per i testi teatrali, dunque per la vita.
    Grazie ancora.

  4. Grazie ma non è quello l’articolo che indicavo.
    Lo pubblico qui di seguito (è un po’ lunghino…), potrà essere considerato un mio piccolo omaggio personale al concorso sulla paura.

    “La paura, altra faccia della civiltà” di Monica Palozzi – apparso su Modus Vivendi luglio-agosto n.7 2008

    Possiamo solo immaginare quali paure poterono manifestarsi presso gli uomini primitivi, costretti a ripari di fortuna, in lotta perenne con la ricerca del cibo ed esposti a predatori, sia animali che umani! A queste dovettero sommarsi le paure dell’ignoto e della morte che nel tempo li portarono ad assumere atteggiamenti di superstizione con i conseguenti riti esorcizzanti, tradottisi successivamente in religiosità e ritualità sacra. Testimonianza di ciò sono i numerosi cumuli di crani spaccati rinvenuti presso diversi siti preistorici che ci riportano ad usanze non tanto remote adottate da alcuni popoli primitivi presso i quali cibarsi del cervello del nemico assumeva significati scaramantici e magici.

    Studi condotti in ambito antropologico hanno dimostrato che presso alcune società diverse dalla nostra, dove gli orizzonti del mondo conosciuto coincidono con i confini del villaggio e dove ciò che ne resta al di fuori viene considerato estraneo, le persone dimostrano un atteggiamento di notevole chiusura, quando non di vera e propria ostilità, verso gli ospiti che provengono dall’esterno del proprio nucleo sociale. Ciò avviene quando il loro stato emotivo si traduce in apprensione e repulsione in prossimità di un vero o presunto pericolo. Essi assumono così un atteggiamento preoccupato e sospettoso, che li induce ad adottare precauzioni di difesa, un tempo per la propria incolumità fisica, oggi per la propria integrità sociale.

    Ciò si verifica anche nel mondo animale, dove la paura assume un altissimo valore adattativo, indispensabile per la sopravvivenza stessa. Infatti, essendo l’istinto della paura una sorta di campanello d’allarme verso ciò che è sconosciuto o verso un nuovo ambiente potenzialmente irto di pericoli, gli individui che non ne fossero dotati sarebbero candidati a morte certa. Inoltre, nel caso di animali che vivono in gruppi sociali, la paura può anche essere associata ad esperienze vissute ed a cui si è assistito nell’accadere ad altri componenti del gruppo.
    Tuttavia l’uomo, a causa del livello cognitivo raggiunto e della autoconsapevolezza, è la creatura più paurosa del regno animale, in quanto manifesta anche paure intellettuali, generatrici di ansie individuali e collettive.
    I substrati neurali e fisiologici della paura sono nell’animale umano omologhi a quelli degli altri mammiferi, pertanto studi etologici comparati sono giunti alla comprensione dei meccanismi di base della paura e dei relativi stati emotivi di ansia ad essa associati tra cui le fobie.
    Tuttavia, per quanto riguarda la fobia, negli animali essa è da considerarsi un comportamento adattativo in grado di aumentare loro le probabilità di sopravvivenza, mentre negli uomini la fobia è un comportamento di paura irrazionale. In entrambi i casi essa si manifesta nella tendenza ad evitare l’oggetto temuto, astenendosi a ricercarne un rimedio.

    Altro aspetto della paura è quello del suo manifestarsi in forma collettiva. Ciò si verifica quando un qualsiasi elemento proveniente dall’esterno, e quindi alieno ad un gruppo, viene considerato di disturbo e giudicato minaccia all’integrità o all’equilibrio dell’unità sociale. Numerosissimi esempi passati e contemporanei mostrano questa febbre collettiva che colpisce le società in determinati momenti del loro corso storico e che le induce ad assumere precauzioni inutili ed abnormi con conseguenze spesso dannose per le stesse società che le adottano.
    In realtà le cause delle paure sociali e collettive trovano giustificazione negli eventi storici e quindi politici, economici o religiosi che, nel loro esplicarsi, possono portare ad un mutamento delle condizioni di vita preesistenti, arrecando turbamento all’ordinario corso e conducendo la società ad un diffuso e collettivo abbattimento psicologico.

    Nel XIX secolo presso i Tupì Guaranì del Brasile e Paraguay si è assistito, sempre dopo la comparsa dell’uomo bianco e del suo intervento nella loro società, a diversi casi di suicidio, culminanti in taluni casi con fenomeni di suicidio collettivo. La disgregazione dell’unità tribale, prodotta dalla presenza coloniale e dalla conseguente contaminazione di simboli e dalla comparsa di vizi, quali tabacco od alcool, alienò gli indigeni dalla propria identità culturale, portandoli ad uno stato di confusione e ad un senso del peccato, concetto, questo, sino ad allora sconosciuto per essi, che sconvolsero il loro universo. Il segno inconfutabile di questo disagio sociale presso queste popolazioni si individuava quando il pajé, lo sciamano, decideva che fosse giunto il tempo in cui il gruppo, non riconoscendosi più nella cultura, dovesse rientrare in natura alla ricerca del paradiso, ovvero la Terra senza Male, l’Ivy Marãey, si iniziava quindi a far praticare danze rituali ed a preparare viveri per il viaggio. Il viaggio verso “la Terra senza Male” dei Tupì-Guaranì, in antropologia culturale è considerato un fenomeno millenaristico di misticismo evasionista, ma esso è da intendersi conseguenza del progresso (disboscamento, urbanizzazione, industria), come estinzione attuata per suicidio della comunità tribale. La migrazione verso la salvezza, o fuga dal male, avveniva sia in modo solitario che di gruppo ma in entrambi i casi si assisteva a suicidio collettivo. La strada indicata dal pajé conduceva a luoghi malsani (infestati da malattie importate dai bianchi) o vietati (repressione selvaggia da parte delle forze dell’ordine governative) o culminava addirittura con l’annegamento in mare, nel tentativo di raggiungere la salvezza al di là dell’oceano.

    Analogamente l’intero occidente europeo fu colpito da paura collettiva alla soglia del sesto secolo, allorché fu chiara la fine di un’epoca, quella romana, dispensatrice di benessere e certezze. La natura sembrò farsi sempre più ostile in un ambiente dove la distruzione aveva cancellato leggi, strade, acquedotti, templi, chiese e città. Incertezze, frutto di guerre barbariche cui, alla distruzione e morte, si aggiunsero carestie, epidemie e intemperanze climatiche ed astronomiche, quali alluvioni, inverni freddissimi, estati siccitose ed eclissi di luna e di sole, con foreste e boschi che invasero villaggi, fiere che si sostituirono alle greggi e superstizioni che subdolamente inquinarono la fede degli uomini, cui la chiesa cercò di porre rimedio diffondendo l’idea del peccato.

    Il fragile vivere degli uomini venne imputato a colpe e peccati di un’umanità rozza e violenta, capace solo di godere di piaceri terreni che scatenavano la punizione divina, mentre i monaci dai loro ritiri conventuali predicavano la spiritualità e la mortificazione della carne, sino a giungere al comptentus mundi. Tutto ciò condusse ogni uomo dell’epoca ad una oscura e pesante condizione di sudditanza alla paura, paura per la propria condizione di peccatore cui neanche la morte avrebbe posto rimedio, essendogli negato persino il paradiso. Il senso morale e filosofico del macabro dilagò in ogni manifestazione artistica, nella pittura, nell’architettura, nella scultura, nella letteratura e nella musica. La dottrina materialista, quella dei potenti, e la dottrina spiritualista, quella della Chiesa, si posero in contrasto, generando una netta frattura ideologica, portatrice di intolleranze sociali che perdurò sino a tutto il Rinascimento.

    Il senso del macabro e dell’orripilante riaffiorò, come diversivo psicologico ad un diffuso timore serpeggiante nella società civile, a cavallo fra la Rivoluzione Francese e la Prima Guerra Mondiale, con gli allestimenti teatrali del Grand-Guignol, ideati nell’omonimo teatro di Montmartre a Parigi e poi diffusisi altrove in Europa, dispensando rappresentazioni truculente con stupri e delitti efferati. Quale fantasma di una paura collettiva, derivata dagli orrori di una rivoluzione cruenta appena vissuta e dall’ansia verso un incerto futuro, la scelta di tali temi mostrava la fragilità della società verso le malattie, la follia ed i disordini sociali.

    E di orrore e degenerazione intellettuale si tratta quando la paura sociale giunge a fare oggetto dell’instabilità del proprio stato d’animo gruppi di minoranza: antisemitismo, razzismo nero, islamofobia e intolleranze verso omosessuali o zingari.
    Il 25 luglio 1938 veniva pubblicato in Italia il Manifesto della Razza, sottoscritto da 180 scienziati di regime, dando il via alle leggi razziali. Nel maggio del ’39 con la firma del Patto d’Acciaio si ponevano le premesse dell’alleanza fra Italia fascista e Germania nazista. A ciò seguirono epurazioni, persecuzioni, eliminazioni di massa, genocidio.

    E fu ancora la storia delle vicende umane, con le deflagrazioni atomiche che misero fine alla Seconda Guerra Mondiale, a dare un senso alla paura per i nuovi traguardi raggiunti della scienza, giungendo nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso a produrre una sorta di letteratura dove scienza e società erano fortemente legate. Il pericolo delle radiazioni atomiche apparve latente in fumetti come Superman attraverso la kryptonite e proseguì negli anni successivi con i timori sull’ingegneria genetica che influenzarono romanzi e film da Hulk a Jurassic Park, mentre la cinematografia si sbizzarrisce in costose produzioni i cui copioni prediligono storie di virus letali e minacce provenienti da mondi diversi, quali segnali d’allarme di un contesto sociale sempre più consapevole dell’incommensurabile e ignoto mondo che lo circonda.

    Se nel XVIII secolo gli Illuministi, fiduciosi nella propria ragione, profetizzavano un futuro dove l’uomo grazie al proprio agire avrebbe potuto domare ed imprigionare paure ed incertezze, nel XXI secolo Wolfgang Sofsky, docente di sociologia a Gottinga, fa derivare le odierne paure sociali dalla libertà d’azione conquistata nella nostra epoca, libertà che, tuttavia, è generatrice di insicurezza a causa dei danni da noi stessi causati e, al contempo, dalla nostra incapacità a trovarne i rimedi, ravvisandone la soluzione nella politica, cui si demanda il compito di stabilire il giusto equilibrio tra la libertà e le incertezze che questa comporta, per cui la sicurezza garantita dallo Stato è condizione di vera libertà.
    Di diverso avviso è Zygmunt Bauman, filosofo e docente di sociologia presso gli atenei di Leeds e Varsavia, secondo cui la paura è la concretizzazione della minaccia mediata da ignoranza ed incertezza nell’affrontare pericoli di tre tipi: quelli che minacciano il corpo e gli averi, quelli che minacciano la stabilità e l’ordine sociale e quindi quelli che insidiano la propria posizione sociale (religione, razza, appartenenza a ranghi).
    Al termine dei conflitti mondiali, nell’opera di costruzione della democrazia e con il fine di debellare incertezze sociali, le Nazioni combatterono i primi due tipi di pericolo: disoccupazione, invalidità, malattia e vecchiaia. Tuttavia quello Stato sociale, garante della democrazia e fautore delle certezze del futuro e della fiducia in se stessi, è oggi derivato a Stato dell’incolumità personale, dove la politica, facendo leva sulla paura e sull’incertezza e minando le fondamenta della democrazia strizzando l’occhio ai totalitarismi, genera in questo contesto subdole paure oblique che possono materializzarsi da ogni lato della nostra quotidiana esistenza, dai nostri vicini di casa al buio delle nostre strade, dai corridoi delle metropolitane ai cibi che ingeriamo o alla natura che ci circonda. Come dire che il pericolo è ovunque in un mondo dai mercati globalizzati in un continuo processo di extraterritorialità: stranieri che mettono a rischio i nostri posti di lavoro, virus letali, terrorismo, carni infette, disastri climatici. La politica adottata dall’Occidente, non più in grado di farsi garante contro i pericoli del primo e del secondo tipo, ovvero, inquinamento, malattie, disoccupazione e problema degli alloggi, pone l’accento sui pericoli del terzo tipo, quelli che insidiano la nostra collocazione nel mondo e quelli che minacciano la nostra incolumità personale. Paura nella malvagità umana e paura dei malfattori umani che ci costringono in un processo di continuo armamento contro un “irrefrenabile” terrorismo o contro un vicino sempre più temibile anche nelle sue manifestazioni più private come il costringerci a respirare il suo “fumo passivo”. Pseudo-eventi creati ad arte dai media per i proletari del mondo come diversivo dai propri affanni a vantaggio di una classe di super fortunati immersa in un negativo e strategico mondo globalizzato.

  5. alessia e michela says:

    Si meditava di saccheggiarlo…
    Beh, ora tutti sanno che è tuo…
    Ma lo ribadiremo.
    Grazie. Monica.

  6. Complimenti a Monica Palazzi!

    Un grazie dal cuore a voi,
    carissime Alessia e Michela.

  7. Grazie Elisabetta e grazie Alessia e Michela.
    Saccheggiate tranquillamente… io credo che ogni cosa si pubblichi, sia un dono ai lettori e sia una “condivisione” (termine di nuovo conio nell’accezione dei social-network) di idee. In termini spiccioli: tutto fa brodo per la crescita delle idee, del pensiero e della società. Io, almeno, ci credo e molto!!

  8. Alessia e Michela Orlando says:

    Grazie, Elisabetta.
    Grazie, Monica.
    E’ appunto quella la nostra intenzione.
    Siamo certe che da tanta semina, da così varia semenza, non potrà nascere solo zizzania.