HORROR: CONCORSO LETTERARIO SULLA PAURA. DAL BOTTO AI FUOCHI PIROTECNICI

Opera pittorica di ARTEMENTE fuori concorso. TITOLO: ESASPERANTISMO - PATEMI D'ANIMO

QUEL che era iniziato con il botto si tramuta in fuochi pirotecnici.
Il concorso sulla paura si è arricchito, via via, di contributi di alto profilo artistico. Quelli già resi visibili, che si possono ancora apprezzare tra l’altro qui:

http://www.napolimisteriosa.it/horror-concorso-letterario-sulla-paura-targato-meletnbo-meltinbooks-si-comincia-con-il-botto-adele-angelone-tiziana-monari/
stanno facendo il giro del mondo.
Adesso tocca a tre Autori che i lettori potranno apprezzare appieno per l’alto profilo; emerge per intero da Opere di indiscusso valore artistico.
Sono tre autori che ci interpellano ponendoci di fronte a interrogativi atroci, legati a vicende pregnanti. Eppure, in controluce, narrano non solo della paura e di certo non ci dicono che non esistano i mezzi per esorcizzarla…
Le rendiamo visibili dando la precedenza, in stretto ordine alfabetico, a due donne: ELISABETTA ERRANI EMALDI e MONICA PALOZZI. Di entrambe ci occuperemo ancora e, pertanto, anche per dilazionare la scoperta di due personaggi della Cultura con la C maiuscola, vorremmo che l’attenzione si incentrasse sulle Opere offerte al concorso.
Tuttavia, di entrambe si invita ad approfondire la complessa figura artistica anche nel web. Si potrebbe iniziare per Elisabetta Errani Emaldi da qui:
http://www.errani-emaldi-sceneggiature.it/
qui:
http://informarte.ning.com/profiles/blogs/gli-slideshows-di-elisabetta
e qui:
http://artistisenzafrontiere.ning.com/profile/ElisabettaErraniEmaldi?xg_source=activity

Per Monica Palozzi da qui:
http://www.pragmata.info/Cara%20Italia.htm
qui:
http://www.pragmata.info/Subdoli_immagini.htm
e qui:
http://giuseppecolucci.wordpress.com/2011/03/11/il-viaggio/

Il terzo Artista è ARTEMENTE.
Non vorremmo dire molto: è la classica ipotesi in cui si deve far silenzio, osservare una Opera, anzi tre in concorso e una fuori concorso, e attendere che il cervello lasci partire liberamente le reazioni agli impulsi ricevuti.
Tuttavia, anche in questo caso, si consiglia di approfondire nel web.
E allora lo si faccia, iniziando da qui:
http://michelemarciello.blogspot.com/
qui:
http://michelemarciello.blogspot.com/search/label/video
e qui:
http://www.artmajeur.com/?go=user_pages/display_all&login=marciello&glang=it

ELISABETTA ERRANI EMALDI

ELISABETTA ERRANI EMALDI

Il demone della paura

Noi siamo quelli che noi siamo, sembriamo
essere alla logica un circolo d’amore, ma quando
la nostra mente incontrollata si espande
ci perdiamo nel bosco oscuro della sofferenza

La paura è un demone che soffoca
lentamente e dilania la vita di chi la prova.

Il nostro mondo interiore inconscio
è una creazione della mente mal diretta.

Noi siamo i soli creatori del nostro
destino e quindi del mondo mentale incontrollato.

Cancelliamo le nostre paure e riscriviamo
un futuro controllato pieno di luce.

Noi siamo frammenti di Dio di passaggio
sulla terra per accrescere la nostra anima eterna
di conoscenza, per portare avanti la creazione
in compagnia del nostro Padre Eterno.

Ogni esperienza positiva o negativa serve
per crescere e farci scalare le montagne verdi
del nostro universo mentale .

Nutriamo, quindi la nostra mente di luce e
abbattiamo così la porta che ci
tiene prigionieri nel buio

La paura è un male oscuro che
impedisce l’evoluzione dell’anima.

La paura è una rete che avvolge la vittima e la
rinchiude nello scrigno oscuro della sofferenza

Il coraggio è il guerriero che combatte l’oscurità
con la luce e vince la sua battaglia mentale.

Noi siamo quelli che noi siamo, alla logica un

circolo d’amore e non di dolore.

)

MONICA PALOZZI

Il Tiranno

Emanuele Filiberto era un uomo metodico e mediocre. Egli, sebbene molto miope, non era alto né basso, non biondo, non moro, regolare nelle proporzioni ma con una lieve tendenza ad ingrassare, dovuta al suo stile di vita. Egli non praticava alcun esercizio fisico che non fosse il mero dirigersi dal letto al bagno al mattino quando si alzava, quindi dal bagno alla cucina e da questa all’ingresso, dove prendeva la giacca dall’attaccapanni ed usciva. Quindi scendeva undici scalini e, una volta in strada, percorreva circa centottanta metri sino alle scale che lo conducevano alla metropolitana, poi dopo sette fermate e dopo un’ottantina di passi Emanuele Filiberto giungeva al lavoro. Anche le abitudini alimentari non erano assimilabili a quelle di uno sportivo. La sua prevedibile e regolare quotidianità lo induceva ad assumere sempre gli stessi alimenti presso la stessa tavola calda, adiacente alla banca, dove lavorava con assidua regolarità, senza aver mai fatto un’ora di ritardo o essersi preso un giorno di assenza in un ventennio di esemplare servizio. Per anni Emanuele Filiberto mangiò per cinque pranzi alla settimana spaghetti al pomodoro e basilico, fettina panata e caffè con due cucchiaini di zucchero di canna, mentre alla sera, il menù era più vario. All’acquisto della spesa provvedeva la portinaia dello stabile che, così come le era stato ordinato un lontano giorno, acquistava sempre gli stessi prodotti presso gli stessi fornitori e, cioè, pomodori, mozzarella, fagioli in scatola, tonno e cinque rosette, queste ultime venivano conservate in freezer ed Emanuele Filiberto ne consumava una per sera, ripartendo il tutto nel seguente modo: al lunedì, mercoledì e giovedì i pomodori conditi e mozzarella, mentre al martedì e venerdì tonno e fagioli. Al sabato Emanuele Filiberto si concedeva una variante che, tuttavia, si ripeteva per tutti i sabati dell’anno: ottanta grammi di prosciutto San Daniele e tre supplì che la tavola calda Al Gallo d’Oro dall’altro lato della strada cucinava ottimamente. La domenica della prima e terza settimana del mese egli pranzava dai genitori, mentre nella seconda e quarta settimana egli si nutriva di paste, sempre le stesse, ovvero tre cannoli con crema, un diplomatico e due bavaresi con rum, comprate al Bar dello Sport all’angolo del suo isolato, che accompagnava bevendo tre o quattro tazze di tè Emanuele Filiberto giudicava molto stressante questa alternanza settimanale dei pasti e la sera della domenica si addormentava felice, perché il giorno successivo tutto si sarebbe appianato nuovamente.
Emanuele Filiberto aveva trentotto anni e lavorava in banca da diciannove anni, quattro mesi e dodici giorni, da quando, cioè, appena diplomato ragioniere, un amico sindacalista del padre lo fece assumere con un’intercessione particolare della quale egli non seppe mai nulla, a buon giovamento della sua coscienza.
Emanuele Filiberto portava lo stesso nome di suo nonno che, a sua volta, portava quello del proprio nonno e quello il medesimo del suo avo corrispondente, obbedendo ad una lunga tradizione che alternava da padre in primogenitura i nomi di Emanuele Filiberto ed Amedeo, in modo che a generazioni alternate i nipoti portassero lo stesso nome dei nonni, sino a risalire ad un avo del quale si narrava vantasse una comune origine con i Savoia. Una remota ascendenza della quale nessuno si era preso mai la briga di individuarne la memoria storica ma che veniva tramandata attraverso quella tradizione dei nomi ripetuti.
Purtroppo, Emanuele Filiberto, ultimo rampollo di quella progenie, non aveva moglie e, quindi, neanche figli, inoltre egli era apatico alle donne ed alla questione monarchica, anzi egli era fuori da ogni credo politico ed anche il credo religioso era per lui una porta chiusa, addirittura senza uscio.
Le giornate trascorrevano per Emanuele Filiberto con lo stesso ritmo regolare di un bypass cardiaco. La sua sveglia era regolata alle sette del mattino, si alzava, metteva nel forno a microonde una tazza di acqua, un minuto e venti secondi a massima potenza, andava in bagno per una doccia veloce, quasi fredda, quindi tornava in cucina, estraeva la tazza dal forno che lasciava aperto per farvi asciugare eventuali evaporazioni d’acqua liberatesi al suo interno ed aggiungeva all’acqua riscaldata un cucchiaino di tè solubile ed una spruzzatina di limone, quindi prendeva dal pacco ben richiuso dal giorno prima sei biscotti, sempre sei, poi richiudeva con un elastico il pacco con cura affinché un’eventuale umidità potesse far ammorbidire gli altri biscotti e, se un mattino trovava che nel pacco ce n’erano rimasti tre, due, uno, quattro o cinque, rabboccava la dose aprendo un altro pacco uguale, che aveva di riserva nella credenza, prendendone altri tre, quattro, cinque, due o uno per un totale di sei biscotti. Finita questa operazione matematica, Emanuele Filiberto sorrideva soddisfatto, sentendosi un uomo completo e realizzato. Lavati tazza e cucchiaino, egli si recava in camera da letto, si toglieva l’accappatoio, si vestiva in maniera classica e sobria, così come era di regola per un serio dipendente bancario, quindi portava sul piccolo terrazzo del suo mini-appartamento l’indumento umido, lo allargava per bene sullo stendipanni perché la sera, al rientro in casa, lo potesse ritrovare asciutto e ritirare per la mattina successiva. Tuttavia a volte il clima era umido e l’accappatoio non si asciugava, anzi la sera, quando Emanuele Filiberto lo ritirava, esso era ancora più bagnato di quando lo aveva steso ma ciò non aveva importanza, la sua coscienza era a posto così, il tutto faceva parte del rituale della quotidianità che si replicava.
Naturalmente il suo incarico in banca rispecchiava la sua personalità. Infatti egli non aveva un rapporto diretto con la clientela, non comunicava con il pubblico, le sue mansioni erano quelle di ragioniere contabile e la giornata presso l’istituto trascorreva controllando e ritoccando calcoli con la calcolatrice elettronica. La sera, rientrato a casa e consumato il pasto previsto dal calendario settimanale, una volta lavato l’unico piatto, l’unica forchetta, l’unico coltello e l’unico bicchiere e riposti nel cassetto tovaglia e tovagliolo, egli si accomodava in poltrona e sonnecchiava davanti al televisore acceso su un dibattito che non ascoltava.

E fu un giorno qualunque di un mese qualunque, mentre egli era seduto in metro per andare come al solito al lavoro, che iniziò la sua incredibile storia.

Come sappiamo, Emanuele Filiberto era molto miope, caratteristica questa che lo costringeva ad avvicinare gli occhi ai caratteri tipografici di quanto leggeva, e cioè il quotidiano economico nazionale, unico suo svago culturale. Ed una mattina, seduto vicino alla porta del vagone metropolitano e con la testa immersa tra le pagine del suo giornale, che la forte miopia lo portava ad avvicinare sino a due o tre centimetri dal viso, affinché, spogliatosi dagli occhiali, così come era solito fare quando leggeva in modo così ravvicinato, il fuoco degli occhi potesse essere messo a punto, Emanuele Filiberto provò improvvisamente un fortissimo senso di disagio. Provò una sorta di stordimento, seguita da un capogiro: la sua vista si annebbiò, il cuore iniziò a palpitare velocissimo e sentì le forze venire meno, mentre una irresistibile rilassatezza, divenuta poi abbandono, gli fece mancare il controllo di gambe e braccia. Quel coinvolgente stordimento lo spinse a sollevare con pesantezza il capo dal quotidiano, che finì in terra, proprio mentre il mezzo giungeva ad una stazione importante, dove i passeggeri, copiosi, uscivano ed entravano come automi incoscienti e travolgenti, calpestando ed accartocciando le pagine del giornale, che così scomparve non si sa dove. Emanuele Filiberto poggiò la testa al vetro del finestrino posteriore al proprio sedile, rimanendo in quello stato per qualche interminabile istante, che perse connotazione di tempo e durante il quale la metro giunse alla meta stabilita e quindi ne ripartì, facendo la spola varie volte fra i due capolinea, mentre fuori le ore trascorrevano ed il sole compiva tutto l’arco che passa da un orizzonte all’altro, passando per lo zenith. Quindi divenne notte e, mentre lentamente si riprendeva dal lungo torpore, Emanuele Filiberto finalmente comprese che tutto era partito da un annoso problema che lo affliggeva: il dover respirare il catrame della stampa ogni qualvolta leggeva. Per la prima volta da quando era un uomo adulto prese una decisione, quella di volerci vedere come tutti gli altri uomini. Sollevò quindi le palpebre, aprì gli occhi e, cosa mai accaduta prima, vide le lenti spesse e pesanti davanti ai propri occhi. Si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi. Prima vide nero, poi, su quello, molti puntini viola, quindi rossi ed infine iniziò a vedere la luce. Dapprima immagini sfocate, poi sempre più nitide. Si sforzò quindi di vedere oltre il velo delle distorsioni visive ed al principio con difficoltà, poi sempre meglio, egli iniziò a vederci bene, poi molto bene, quindi troppo. Riusciva ora a vedere persino oltre i limiti della normalità umana, vedeva talmente bene che vide quei particolari che possono essere visti solo attraverso un microscopio. Quindi, sforzandosi un po’ più, vide sino negli spazi intermolecolari e ciò che gli appariva era sorprendente e nuovo. Una nuova dimensione, una nuova realtà si aprivano a lui. Se non fosse stato tanto sorpreso, si sarebbe spaventato. Si voltò verso i passeggeri della metropolitana, dapprima non li vide, la luce dei suoi occhi passava attraverso ed oltre le loro dimensioni corporee, e così accadeva con ogni oggetto e la sua vista da sotto la galleria riuscì a giungere all’esterno, superò la città, superò il mare e giunse fino oltre l’orizzonte, dove nessuno era mai potuto giungere, neanche col pensiero.
I giorni trascorsero ed apprese ad utilizzare quel suo nuovo senso, riuscendo a regolarne la potenza in rapporto inversamente proporzionale con il dettaglio da osservare. Se il dettaglio era massimo, minimo doveva essere lo sforzo, e nel guardare l’insieme doveva sforzarsi nel trattenere e limitare la libertà di progressione del proprio raggio visivo. Quante nuove cose attorno a lui! Che bello appariva ora il mondo! Emanuele Filiberto era affascinato di tutto e di tutti. Quel senso di compiaciuta partecipazione alla vita lo faceva stare bene. Sorrideva ed emanava una sorta di radiosa energia e le persone, vedendolo così entusiasta e felice, provavano un senso di benessere. Nei giorni che seguirono Emanuele Filiberto posò lo sguardo sulla gente e la natura, considerandole esteticamente. Egli vide le donne e fu come vederle per la prima volta, gli piacquero, gli piacquero però anche gli uomini, i vecchi ed i bambini, gli piacquero i cani e gli scarafaggi, gli uccelli e le mosche, gli piacque tutto. Intorno c’erano anche suoni di tutta quella bella roba, che piacere! I giorni che seguirono furono molto intensi. La conoscenza nuova, che fece con i suoni, fu come intraprendere un sentiero sconosciuto, impensabile e meraviglioso. Emanuele Filiberto riuscì ad identificare, individualizzandoli, i diversi suoni nei singoli elementi che li componevano, ascoltando musica nella musica. Oltre al significato immediato, le parole del linguaggio degli uomini si scomponevano, dilatandosi all’infinito ed aprendosi a sfumature progressive, che penetravano nello spazio verso un viaggio senza limiti, confini o mete: una maestosa infinita sinfonia di suoni. Ugualmente accadde con i sapori e con gli odori, fu poi la volta della sensibilità tangibile e non, infatti nei giorni che seguirono egli iniziò a percepire ciò che ad altri non era concesso e le sue conoscenze del mondo e della natura di esso crebbero esponenzialmente sino a renderlo compartecipe di tutto. Egli era senza limiti e senza fine. Provò di tutto e fu tutto. Egli superò il tempo e lo spazio e si posizionò sopra la memoria e la coscienza degli uomini. Emanuele Filiberto non ebbe più una connotazione umana, egli era tutto, il suo nome venne dimenticato, la lunga tradizione patronimica di famiglia spezzata, egli fu chiamato Tiranno e tutti divennero suoi sudditi.
Tanto fu il suo potere che, cercando sempre di ampliare i propri confini e crescere, egli iniziò a disprezzare ogni orizzonte raggiunto, perché giudicato non sufficiente. La ricerca divenne affannosa, la stima per ciò che aveva ottenuto iniziò a vacillare. Gli fu chiara la fine di un’epoca, quella dell’onnipotenza, dispensatrice di benessere e certezze. La natura sembrò farsi sempre più ostile in un ambiente dove la paura aveva iniziato a cancellare leggi, strade, acquedotti, templi, chiese e città. Incertezza, distruzione e morte, si sarebbero aggiunte a carestie, epidemie e intemperanze climatiche ed astronomiche: alluvioni, inverni freddissimi, estati siccitose ed eclissi di luna e di sole, con foreste e boschi che avrebbero invaso villaggi, fiere che si sarebbero sostituite alle greggi e superstizioni che avrebbero preso il posto della fede degli uomini.
Imputò quel fragile vivere a personali colpe e peccati, indotti dalla propria brama del potere, causa di punizione divina. In lui si manifestò uno stato psicotico di piena sudditanza alla paura. Paura per la propria condizione di peccatore, cui neanche la morte avrebbe posto rimedio, essendogli negato persino il Paradiso. Come diversivo psicologico al profondo stato di angoscia, affiorò quindi in lui uno spiccato senso del macabro e dell’orripilante. Divenne crudele ed iniziò a distruggere quanto potesse ritorcerglisi contro. In preda a degenerazione mentale, ordinò massacri e genocidi efferati verso una società resasi oggetto delle proprie paure. Perseguitò gruppi di minoranze in nome di antisemitismo, razzismo nero, islamofobia e intolleranza verso donne, omosessuali e zingari. E mentre la crescente paura lo schiacciava, la sua ebbrezza di carpire al mondo segreti e verità lo consumava.

Un giorno, nella sua ossessiva ricerca di divorare esperienze e realtà, egli osservò una lucertola che, velocissima, scalava e scendeva senza sosta la curva della tegola su cui stava prendendo il sole. Non comprese il perché di quel comportamento ma pensò che quella lucertola gli fosse simile: come lui, non trovava pace. Ciò che faceva impazzire la lucertola era come la brama che lo divorava: eppure entrambi erano giunti ad un momento di stallo. Cosa aveva la lucertola per comportarsi così? Quando l’avesse capito, avrebbe risolto il proprio problema.
Era ormai sceso il sole da qualche minuto, quando la lucertola si fermò, quindi il rettile si mosse nuovamente, per poi scomparire, era ormai buio. Il calore bramato dal rettile era divenuto troppo ed ora cercava l’ombra.
Il Tiranno comprese: doveva considerare il dono della sua infinita potenza con la stessa forza con la quale avrebbe considerato la sottrazione di esso: l’amore per lo status quo ante delle cose, qualunque fosse esso stato.
Chiuse gli occhi e, nell’abbandonarsi alla folla che lo linciava, trovò il Paradiso.

ARTEMENTE

CONFLITTI di ARTEMENTE

La Paura:

Paura; parola piccola, contenuta; ma tanto profonda quanto sconosciuta.
E’ una barriera, un muro invisibile, così sottile e vago, quasi inesistente; ma quando si presenta, e’ una roccia di granito! Un macigno maledetto che ci schiaccia, ci reprime, siamo le sue vittime, aimè! Sembra una forza oscura che ci è ostile; qualcosa, qualcuno, un essere che vuole la nostra
distruzione e che si oppone al nostro cammino. Dura e’ la lotta per vincere quella forza oscura! Chi, e cosa, e come potrà aiutarci?
Essendo, lei, il buio, la morte, la sconfitta e tutto ciò che c’è di negativo; solo la Luce! la forza del bene, la Fede e tutto il positivo, potrà
venirci in aiuto contro tale Bestia delle tenebre!

DISPERAZIONE CROMATICA di ARTEMENTE

DONNA ALLO SPECCHIO di ARTEMENTE

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0 Responses to HORROR: CONCORSO LETTERARIO SULLA PAURA. DAL BOTTO AI FUOCHI PIROTECNICI

  1. Carissime Alessia e Michela,

    complimenti a voi per il concorso
    e a tutti gli Artisti e Scrittori per le belle opere,
    Elisabetta

  2. Alessia e Michela Orlando says:

    Elisabetta, grazie.
    Chi leggerà e vedrà le tue Opere e quelle degli Autori che man mano si svelano saprà riconoscerne la valenza.
    A noi piace aver avuto la possiibilità di dare corpo a una idea per coniugare altre mille idee che basta saper individuare per poter cogliere.
    Sono le vostre idee il vero tesoro. La miniera che qui si sta mostrando è accessibile a tutti e gratuitamente.
    Era il nostro unico desiderio: dare visibilità, fornire occasioni di incontro tra chi l’Arte la pratica, tra loro stessi e chi la ama traendone gioia e benessere.

  3. Non posso che ringraziare profondamente gli organizzatori del concorso per aver pubblicato in anteprima il mio contributo all’iniziativa e per avermi affiancato a validissimi artisti quali Elisabetta Errani Emaldi e Michele Marciello, cosa che mi inorgoglisce non poco!!!

  4. alessia e michela says:

    Cara Monica,
    non tentiamo neppure di celare le innumerevoli volte che siamo rimaste in silenzio davanti alle tue parole.
    Non c’è tributo che possa bastare.
    Speriamo che tu possa imbatterti in chi davvero saprà trovare le parole adeguate per ringraziarti.
    E’ un grazie sincero alla tua Arte, alla tua voglia di esserci.
    Con stima e affetto.