HABANASTATION E CESARE DEVE MORIRE

LUSSO E POVERTÁ, Sorrento, autoscatto di Michela Orlando, progetto AMO.

E almeno per me, questa è la cosa più importante. Io faccio cinema perché voglio migliorare la vita lì (a Cuba) perché voglio cambiare le cose lì e perché penso che come cubano ho diritto a dibattere sul mio paese, di migliorare il mio paese. Ian Padrón, cineasta cubano.
HABANASTATION: UN NEOLOGISMA PER IL GRANDE CINEMA CUBANO E TOUT COURT
Sul reportage di Stefano Guastella e Filippo Manghisi

L'ingresso di Villa Montalvo, dove si è svolta l'inaugurazione del 2do festival del Cine Cubano organizzato dall'Associazione Italia-Cuba di Campi Bisenzio. Scatto estratto dal sito di Quintavenida: http://www.5av.it/cultura-cubana/82-le-conversazioni-di-5av-entrevistas-de-5av/2857-ian-padron-qche-emozione-arrivare-al-cuore-della-genteq.html

Nella storia della cinematografia sono migliaia le pellicole che hanno attratto grazie al titolo. Solo poche sono divenute epiche e spesso grazie a una sola scena, addirittura a unico fotogramma. Non esiste persona che non abbia visto la foto di Marilyn Monroe con il vestito smosso dal vento o quella di Marcello Mastroianni invitato da Anita Ekberg a entrare nell’acqua della Fontana di Trevi, dove si è immersa, di notte.
Alla luce del reportage di Stefano Guastella e Filippo Manghisi (Quintavenida) possiamo osare e dire che HABANASTATION è il primo lungometraggio del regista cubano Ian Padrón destinato a passare alla storia per la trama non esposta. C’è poco da girarci intorno. Si può andare al cuore della questione senza fronzoli: lascia emergere e affronta con una cifra stilistica molto limpida, il tema del contrasto della povertà e della ricchezza. La pellicola è stata ammirata da gente del calibro di Michael Moore, Sean Penn e Oliver Stone; ha ricevuto dodici premi in cinque mesi; è stata vista da sguardi di bambini, anche poverissimi, che mai erano stati al cinema o solo “grazie” alla volontà e al consenso delle bande di delinquenti che controllano i quartieri poveri di Panama.
Tra i commenti pregevoli, si segnala quello di Sean Penn evidenziato dallo stesso regista: “Sean Penn ha detto che questa pellicola lo ha fatto pensare perché a Hollywood si spendono molti soldi per realizzare film di poco valore e Habanastation è l’esempio di come con poco denaro si può realizzare una storia che arriva ai cuori della gente.
Suggestive le risposte alle profonde domande che Stefano e Filippo gli hanno posto. Una, di Stefano:
Poi sono io a chiedere a Ian Padrón: “Il film Habanastation ha vinto un premio al Festival di Traverse City, in Michigan. Che impressione ti ha fatto vincere un premio negli Stati Uniti con una pellicola cubana, patrocinata dal Ministero della Cultura di Cuba?”
Ian risponde che “Questa pellicola ha vinto 12 premi in cinque mesi e i premi sono sempre uno stimolo per il futuro. Però il premio fondamentale per me, dato che questo è il mio primo lungometraggio, Primo, l’aver realizzato la pellicola e secondo, aver visto la reazione del pubblico cubano, dato che è stato calcolato che più di un milione di persone hanno visto questa pellicola al cinema, oltre a molti altri ancora che l’anno vista senza andare al cinema per colpa della pirateria video.”
Un aneddoto e una considerazione di Filippo: “Avevo già avuto l’opportunità di parlare con Ian qualche settimana fa attraverso un social network, e mi aveva colpito la sua semplicità, tanto che mi ricordo che nel salutarmi mi disse: ” adesso devo lasciarti perché devo andare a prendere mia figlia a scuola” quello mi confermò di quanto questo giovane regista sia sensibile alla cura dei bambini e alle nuove generazioni.
Troviamo in questi elementi di vita privata una integrazione alla cinematografia di questo cineasta dal futuro straordinario. Non è un problema connesso all’età, ovviamente, ma alla sensibilità: è la stessa che troviamo nella cinematografia dei fratelli Taviani che, guarda caso, sono stati appena premiati con l’orso d’oro nella 62/ma edizione del Festival di Berlino, per il film ‘Cesare deve morire‘. Erano 21 anni che l’Italia non vinceva questo premio e accade grazie a una pellicola girata in un carcere, quello di Rebibbia, i cui detenuti, guidati dal regista Fabio Cavalli, sono stati portati a teatro. È evidente il nesso tra le due sensibilità: i Taviani ci segnalano la necessità che i detenuti sentano la vicinanza di chi non lo sia e il contrario. Lo fanno con la qualità del loro cinema, poggiata su posizione etiche inappuntabili. La sensibilità di Ian emerge dal tema, condensato nel neologismo (si può approfondirlo nel reportage, tuttavia: allude alla Habana e alla play station), ma anche adesso, nella fase di promozione del film, scegliendo platee che ne trarranno sollecitazioni straordinarie in termini di consapevolezza, capace di gonfiare la voglia di voglia di libertà. Lo fa, e ciò è quanto mai opportuno, curando l’attenzione verso i bambini: sono il futuro, che dovrà essere migliore, dappertutto.
Coniugando le due sensibilità se ne ricava una spinta straordinaria verso l’effettiva integrazione tra i popoli del mondo.
Dal reportage della coppia Guastella-Manghisi è dato trarre anche cosa ci sia nel probabile futuro di Ian Padrón: un lungometraggio sul mitico fumetto cubano quello di Elpidio Valdez.

Per altre fotografie sull’evento accedere nel sito di Quintavenida.

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4 Responses to HABANASTATION E CESARE DEVE MORIRE

  1. Complimenti ragazze, bellissima idea quella di collegare virtualmente Habanastation di Ian Padrón al cinema de f.lli Taviani, (sono affezionato a un loro film in particolare, anche perché riguarda le mie zone, “La notte di San Lorenzo”), premiati al festival di Berlino, in un immaginario ponte di amicizia culturale tra Italia e Cuba

  2. Bello, acuto, intelligente
    buona domenica

  3. Grazie a entrambi.
    Sì, Stefano: avevamo in mente La notte di San Lorenzo. Non abbiamo mai dimenticato le immagini in un campo di grano e la lancia che perfora il petto di un giovane …