Francesco Marciello intervista per Napolimisteriosa l’attore e regista teatrale Giuseppe Loffredo.

F. Marciello: Cosa ti spinge a fare questo tipo di teatro?

G. Loffredo: La passione, l’amore, il desiderio di conoscere i testi degli autori precedenti, il fascino del palcoscenico. E’ un mix di svariati fattori, che mi hanno spinto di recente a scrivere un adattamento dell’Odissea in chiave moderna, in napoletano, con l’inserimento di personaggi che fanno il verso a volti noti dello spettacolo e della TV del nostro Paese. Si pensi che, in “‘O dicette je” (questo è il titolo della commedia), sul Monte Olimpo si incontrano Sofia Venere (ispirata alla Loren), una Pollon assai spigliata (che richiama Lisa Fusco, la “Subrettina”) e Zeus, che ricorda Aldo Biscardi nella conduzione del suo “Processo”. Insomma, un omaggio a personaggi noti e, chiaramente, un espediente per far sentire il pubblico “a casa propria”. Restando in tema di omaggi, ho pensato che la colonna sonora dello spettacolo dovesse essere costituita da brani della canzone italiana degli anni ’60 (“Penelope e Ulisse”, di Carosone, è uno di questi). Non solo una rievocazione nostalgica, che sono certo il pubblico adulto avrà apprezzato, ma un modo per far avvicinare i bambini ad un universo che conoscono poco, o non conoscono affatto. Anche l’inizio dello spettacolo ha una valenza particolare. “‘O dicette je” si apre infatti con un contributo video: un televisore in bianco e nero, sul quale appare la vecchia sigla RAI e, al termine di questa, una presentatrice che annuncia la messa in onda dello spettacolo. Accade però un imprevisto. Sopraggiunge un bambino che spegne il televisore, reclamando l’attenzione per sè e per il mondo dei più piccoli. In questo caso ho voluto intrecciare due temi, che mi sono molto cari: un tributo alla televisione delle origini, momento fondamentale della nostra Storia, seguito dalla provocazione del bimbo che spegne l’apparecchio, quasi a volerne limitare l’intrusione nelle nostre vite, per recuperare uno spazio di dialogo all’interno delle famiglie, tra genitori e figli, che è indispensabile e che sempre più si va riducendo.

F. Marciello: Qual è la funzione del teatro napoletano nel nostro tempo?

G. Loffredo: Per dirla con Pirandello, nel teatro si possono assumere “uno, nessuno e centomila” volti. E’ questa la grande forza di questo strumento, la quale, combinata al folklore e alla napoletanità, costituisce un “cocktail” davvero esplosivo. Questo teatro, non dimentichiamolo mai, è di origine popolare: nasce “in mezzo ai mercati”, per usare un’espressione icastica. Il suo grande pregio è quello di raccontare situazioni concrete, che viviamo tutti i giorni, ambientandole in un mondo irreale, di finzione, talvolta persino grottesco. L’aspetto più entusiasmante – e lo dico da attore – è dar vita ad un personaggio il cui carattere non assomiglia minimamente al proprio, in maniera tale da concedere libero sfogo al proprio io. A riprova di quanto affermo, basti pensare a personaggi che erano tristi nella realtà e che facevano ridere sul palcoscenico. L’indimenticabile Totò è fra questi.

In sintesi, il mio teatro, quello che mi è più congeniale e nel quale lavoro da anni, ha certamente anche una funzione educativa, poichè, a mio avviso, stimola la riflessione. Specie nelle commedie brillanti e piene di equivoci, la rappresentazione dei piccoli e grandi difetti dell’umanità, che avviene attraverso lo sberleffo e la risata, è una maniera straordinaria per puntare il dito contro gli eccessi che spesso ci contraddistinguono nella vita quotidiana.

F. Marciello: A cosa stai lavorando ora?

G. Loffredo: Sto mettendo in scena un nuovo spettacolo. Si tratta di “Angela Rosa Schiavone“, un’opera di Gaetano Di Maio. E’ un testo al quale le compagnie teatrali difficilmente si accostano. Ho in mente questo copione da 3 anni e ho girato parecchio prima di trovare gli attori adatti. Tra di loro, molti sono rimasti affascinati dalla lettura del testo e devo dire, con profonda soddisfazione, che interpretano magistralmente i loro ruoli. Approfitto per fare un po’ di pubblicità: lo spettacolo andrà in scena al Teatro “Le Maschere” di Arzano nei giorni 23, 24 e 25 settembre 2011. Per l’occasione abbiamo dato vita ad una nuova compagnia: si chiama “Si…pari”. Vado matto per i giochi di parole! “Si” lascia intendere la nostra adesione piena e convinta al teatro, e “pari”, naturalmente, si riferisce al fatto che siamo uguali, tutti su un piano di parità.

F. Marciello: So di un tuo coinvolgimento in un film realizzato da ragazzi. Di cosa si tratta?

G. Loffredo: Si tratta di “Helianthus“, il terzo film scritto e diretto da Raffaele Tamarindo, un ragazzo di appena 19 anni, nell’ambito di un progetto scolastico del Liceo “Brunelleschi” di Afragola. Per me è la seconda collaborazione con Raffaele Tamarindo, avendo io già preso parte alle riprese di “Regalami una stella”, il suo lavoro precedente. In “Helianthus” interpreto un medico, che ha l’arduo compito di comunicare al protagonista che egli è un malato terminale di tumore. Al film ho anche lavorato come “location manager”, fornendo alla produzione degli interni in cui ambientare le scene. Non vi posso anticipare nient’altro…dovrete vederlo per saperne di più! Comunque, questo gruppo di ragazzi guidato da Raffaele, che si è cimentato ancora una volta nella realizzazione di un film amatoriale, con mezzi molto scarsi ma tanta passione, merita tutta la mia stima e il mio apprezzamento

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