BERNINI MAGICO-ESOTERICO

Alessia e Michela Orlando:

C’È UN BERNINI MAGICO-ESOTERICO?

 

La domanda si profila all’improvviso: l’osservare le sue opere la ingenera inevitabilmente. È, oltre il suo sentire, almeno magia artistica. E le opere ammaliano

 

Ci è stato detto e chiesto: dite di Chantelou nobiluomo. Ma chi è?

È vero, andava precisato e c’è una inesattezza. Il nome intero la evidenzia: Paul Fréart de Chantelou. Più che nobiluomo nobile. Il titolo lo abbiamo usato solo perché è il tormentone in cui ci siamo imbattute. Va, però, detto che fu molto signorile con Gian Lorenzo Bernini. Tutto sommato lo fu anche nello scrivere il Diario dell’artista Napoletano in Francia. Il testo italiano del Diario qui usato è Viaggio del Cavalier Bernini in Francia, Sellerio Editore, traduzione di Stefano Bottari, introduzione di Guglielmo Bilancioni. Lo studio che si sta pubblicando in NAPOLI MISTERIOSA, che, lo si ribadisce, è della sola Michela, è il risultato della consultazione di molti libri, cosa fatta per tentare di mettere ordine tra varie e contrastanti tesi su molti profili. Straordinariamente utile potrebbe ritenersi anche la individuazione di opere andate scomparse o altre da attestarsi. È, questo, purtroppo, un evento presente nella produzione artistica di molti artisti, quasi speculare alla attribuzione di clamorosi falsi.

Proiettandoci nella domanda del titolo: ci fu un Bernini magico o esoterico? Per scoprirlo non si può evitare di conoscere notizie sulla sua formazione, su ciò che leggeva, su come impiegava il tempo non destinato all’apprendimento delle arti, da giovane e anche dopo, alla pittura e alla architettura. Questa indagine è stata già fatta. Ne abbiamo la prova: basta evidenziare, sin da subito, la introduzione al testo di Guglielmo Bilancioni. Anziché appropriarsi di tesi non nostre, e ridursi a una sintesi che eliminerebbe inevitabilmente passa rilevanti, che inducono altre domande, la si riporta nella parte che ci interessa. Comprende l’esergo e l’incipit testualmente.

  Toutes les choses grandes ont

beaucoup de raisons pour qu’elles

ne soient pas entreprises.

Jean-Baptiste COLBERT

(bandì il concorso per rifare il Louvre, aperto agli italiani).

 

I.                 L’amico delle acque

 

Giovan Lorenzo Bernini leggeva Dionigi l’Areopagita: «I misteri semplici e assoluti e immutabili della teologia sono svelati nella caligine che fa risplendere in maniera superiore nella massima oscurità ciò che è splendidissimo, e che con esuberanza riempie le intelligenze prive di occhi di splendori meravigliosi, nella completa intangibilità e invisibilità».

Dalla tenebra mistica muove una tensione irrefrenabile, ek-statica, che anela  a raccogliere il ‘raggio soprannaturale della divina tenebra’ ed a disporsi, congiungendosi ad esse, al centro delle ‘stabilità superiori, occulte e inaccessibili’.

Mentre onora l’oscurità della tearchia, Bernini vuole esporsi ai ‘germi divini pullulanti dalla divina fecondità e simili a fiori e a luci soprasostanziali. La sua intelligenza sacra si alimenta alla fonte della divinità, e si tende, deiforme, in teoplastica, in eros ekstatikòs  che annuncia angelico, nel silenzio divino, la divina formazione.

         Leggeva anche, con quotidiana attenzione, gli scritti sulla vita devota di Francesco di Sales, canonizzato nel 1665, anno del suo viaggio in Francia; le sue meditazioni gli permettevano, come scrive il mistico, di «volare tra le fiamme della concupiscenza terrena senza bruciare le ali del santo desiderio di una vita devota».

L’arte di Bernini è amore divino che adorna l’anima, grazia possente dedicata alla divina maestà, forza devota capace di mettere in pratica, in spirituali agilità ed elasticità, buone opere. L’eccellenza dell’anima è il fine delle opere e ne è movente originario;  l’ispirazione si ingenera dallo scambio triunitario di attrazione, concezione e commozione, essa vede in lontananza, come pio e glorioso télos, «le dolci rive della pietà fra le acque salate del mondo».

Il carico felice del religioso raccolto si offre come limite umano, finito e rifinito, alla più assoluta sovranità; e l’opera, drammatica e fantastica, grande e piena, trionfa sulle difficoltà del non-essere che le resiste e diviene apoteosi, rappresentanza, memoria riconoscente.

Altro libro di devozione era per Bernini la Imitatio Christi  Tommaso da Kempis: «Signore, non togliete da me il vostro sguardo, lasciando la mia anima come una terra senz’acqua».

Acque d’amor divino, fonde nella terra, gonfie di leonardesche flussioni, sono, per Bernini, il fluente fondamento delle forme. Acque che mettono alla prova le pietre come il fuoco forgia il ferro, fluido di un sublime sentimento tritonico che conferisce mozione alle creature e che, alla loro vita, attribuisce il lucore del nascosto.

L’acqua è per Bernini, secondo una espressione di Paolo Portoghesi, «il trasparente della gloria». Premuta dalla pietra, nelle acque vive uno zampillante trionfo dell’indistinto, vibra il possibile delle arti, l’occulto pensiero della materia, che prolifera, come soluzione legante, dalla «vegetazione sognante dell’amorfo».

Nelle grandi fontane per le grandi città «i nervi dell’acqua affiorano», forme fermate da sotterranee agitazioni; simbolo agente di rigenerazioni, l’acqua è uno con l’opera costrutta, viene veicolata e contraffatta, costrutta e snaturata, segna il tornare dopo l’apparire, brilla nella luce, canta e scompare.

Il 31 luglio del 1665 Bernini, a Parigi, fece fermare la sua carrozza sul Pont Rouge, il ponte di legno che univa l’Ile Saint Lois alla Cité; contemplò per un quarto d’ora il fluire della Senna, e, tornando alla parola, disse al Signore di Chantelou: «Io sono molto amico delle acque; esse fanno molto bene al mio spirito». À mon tempérament, registra l’estensore del Journal: la natura lignea e cataclismatica di Bernini è temperata dal freddo, oscuro e profondo, dei fiumi.

L’ombra mnestica del molteplice, flusso di un sorgivo nondum, segna e plasma ogni gesto di Bernini, mente heroica, il cui mimetico progredire attraverso l’antico, trae al congiungersi di classico e barocco. Una devozione immedesimante per le forme della classicità, una purezza accademica che copia e modella, uno spirito che si irradia mentre è esposto alla influenza catartica della antichità; gli elementi che muovono Bernini verso l’espressione degli eroi si configurano nell’immobile fluttuare di masse di materia disposte e governate, in un epos  superlativo che congiunge l’enfasi e il rispetto e che si tende, in modo classico, verso un ordine occulto, fisso bella bellezza assoluta del canone.

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