BENEDETTO CROCE FEDERICO DE ROBERTO LEONARDO SCIASCIA ROBERTO FAENZA

Locandina del film: I Vicerè, Regia Roberto Faenza dall'omonimo romanzo di Federico De Roberto


AVEVA TORTO BENEDETTO CROCE?
SUL ROMANZO “I VICERÈ” IL GIUDIZIO CRITICO NEGATIVO DI CROCE E LA RIVALUTAZIONE DI LEONARDO SCIASCIA
150 ° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI FEDERICO DE ROBERTO
Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri.
I Vicerè, parte seconda, capitolo 8.

Ricorre il 150° anniversario della nascita di Federico De Roberto: Napoli, 16 gennaio 1861. Non vi sono dubbi sulla data di nascita dell’autore, tra tanto altro, di “I Vicerè”, da cui Roberto Faenza, nel 2007, ha tratto l’omonimo film (cast: Alessandro Preziosi, lando Buzzanca, Cristiana Capotondi, Guido Caprino, Lucia Bosè). Sia De Roberto, nel libro, che Faenza nel film, fanno dire a Consalvo: Gli uomini sono, sono stati e saranno sempre gli stessi…Prescindendo dal sottilissimo paradosso (Consalvo è il nome di cui si dotarono gli schiavi liberati e la frase allude al fatto che gli uomini non cambiano mai, si deve opinare anche la propria condizione…), a questa frase attribuiremmo anche un senso diverso: contiene una critica al modo di fare ricerca sugli scrittori, quindi anche sullo stesso Federico De Roberto. Lui non lo avrebbe potuto immaginare, ma i nuovi mezzi di informazione, Internet soprattutto, così come ti aiutano a risolvere problemi, così te ne possono creare. E ci stavamo cascando anche noi: eravamo pronte a scrivere che questo illustre napoletano di nascita, via Riviera di Chiaia, n.287, era figlio di don Ferdinando De Roberto e della ingombrante, ossessiva signora Marianna Asmundo Ferrara. Stavamo anche per aggiungere che il papà morì nel 1870 a Napoli, mentre la madre era incinta di Diego, che sarebbe poi nato nel 1871. Ciò avrebbe indotto la signora a prendere velocemente la direzione di Catania, dove De Roberto era destinato a crescere. Saremmo state accusate di due clamorose inesattezze: il padre si chiamava come lui, Federico, e non morì a Napoli nel 1870, bensì a Piacenza, il 5 agosto 1873, in un incidente ferroviario, del quale vi è traccia anche nella stampa locale (Corriere Piacentino).
Questo incidente e, plausibilmente, il fatto che Federico, dodicenne, fosse stato costretto ad assistere il padre in ospedale fino alla morte, per una ventina di giorni, sono la ragione della sua ossessione per i treni. Ci sarebbe da segnalare altre clamorose inesattezze anche rispetto ai fratelli-sorelle, ma conta di più la sua opera.

I VICERÈ

La storia si inscrive in una cornice rappresentata da due documenti: il testamento della vecchia, crudele principessa Teresa, e un comizio tenuto dall’ultimo degli Uzeda, candidato al parlamento italiano. Il testamento verte sul tema della feudalità; il secondo sulla feudalità che si interra, come rileva Sciascia nell’articolo scritto per Repubblica nel 1977, “Perché Croce aveva torto”, per: “sfociare in un corso segreto: la mistificazione risorgimentale, il trasformismo e il conformismo, la demagogia, le false ed alienanti mete patriottiche e coloniali, il mutar tutto affinché nulla muti, che il sistema democratico – nuova forma di antica egemonia – offre alla classe feudale.”
La polemica di Sciascia con Benedetto Croce allude alla stroncatura de I Vicerè che il filosofo aveva liquidato con una espressione durissima in La letteratura della nuova Italia: “E’un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore (…)”
Va rilevato come tuttora se ne parli e come questa opera sia stata finanziata per la realizzazione del film. È stata anche realizzata una lettura radiofonica di una riduzione di Lidia Riviello, voce di Lisa Natoli, regia di Anna Antonelli, introduzione di Fernando Acitelli, a cura di Fabiana Carobolante.

Teatro
Si segnala: spettacolo “Il Rosario”; regia Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte; con Filippo Luna, Nenè Barini, Germana Mastropasqua, Alessandra Roca; costumi Grazia Materia; disegno luci Luigi Biondi. Produzione Teatro Iaia.

Per conoscere meglio questo napoletano:
“Sognavo di raggranellare una sommetta per riscattare gli stocks delle edizioni invendute dei miei libri per darli al fuoco. Poi venne la guerra e con essa, non che mettere quattrini da parte, nacque l’improvvisa necessità di battere moneta: Ti giuro – e mi devi credere – che se avessi saputo o potuto, se mi avessero preso, avrei fatto il contabile, il magazziniere, lo scaricatore, il lustrascarpe (guadagnano 40 lire quotidiane), per forza di cose dovetti invece di bruciare le edizioni invendute, accettare che si ristampassero quelle esaurite da venti e trent’anni e ricominciare a metter nero su bianco. E’ la sola cosa ch’io sappia o possa fare e nella quale riesca a cavare qualche poco di denaro” Da una lettera a Giovanni Verga.
“Mon cher confrère, je retrouve dans mes papiers une carte de vous, à laquelle je ne comprends rien. Elle n’est pas datée, et je ne sais plus comment elle est là, ni quand elle y est venue. Vous m’y demandez à me serrer la main. Etes–vous donc à Paris? Allez -vous y venir? A tout hasard, je vous écris en Italie, en vous disant, – ce que vous savez, – que certes j’aurais le plus grand plaisir à vous voir. Affectueusement, Émile Zola.”
Caro Collega, trovo tra le mie carte una vostra lettera, della quale non comprendo nulla. Non è datata, e non so più come si trovi qui né quando vi sia arrivata. Mi chiedete di stringermi la mano. Siete dunque a Parigi? State per arrivare? In ogni caso, vi scrivo in Italia, dicendovi – come già sapete – che certo mi farebbe molto piacere vedervi. Affettuosamente, Emile Zola.”
La lettera è nel “Fondo De Roberto”, Biblioteca Regionale di Catania.

Si segnalano le molte collaborazioni con importanti riviste e il suo libro SPASIMO.
È un romanzo poliziesco nato a puntate sul finire del 1896, ambientato in una villa che dà sul lago di Ginevra. È un giorno d’autunno quando deflagra un colpo di pistola. Di lì a poco viene rinvenuto il corpo senza più vita di una donna. Era la bellissima contessa Fiorenza d’Arda. Si è convinti immediatamente che si tratti di un suicidio; nessun indizio sembrerebbe orientare la lettura verso altre possibilità: era una donna sofferente; le testimonianze delle persone al suo servizio convergono, così come i suoi gli scritti.
Per fortuna qualcuno si ostina a credere che si tratti di un assassinio…

Federico De Roberto; ritratto da giovane.

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