alessia e michela orlando: OMSA: UCCIDERE, COME DIRE, IL NOSTRO SOGNO


Dipingo non quello che vedo, ma quello che ho visto.

Edvard Munch

 

UCCIDERE, IL NOSTRO SOGNO-INCUBO

Ormai Malvonterieri Sogniamo Amore

 

Uccidere: in forma di poesia

 

Come dire: Non sappiamo, non ancora, se già sia o almeno possa divenire una battaglia di libertà; se ci siano profili di alta civiltà; se, quando ti sovrastano  problemi materiali, legati alla sopravvivenza, occuparsi di parole possa essere utile oppure no. Tuttavia, come dire, non è detto che opzioni apparentemente poste agli antipodi, non possano coniugarsi facendo lievitare i toni e i contenuti inducendoti a guardare al futuro. Come dire, forse i tempi sono maturi,  per dipingere suggestioni future, eventi in divenire, anche se angoscianti, come potrebbe essere un licenziamento di massa; diciamolo: è meglio il linguaggio giovanilistico, quello infarcito da paroline e parolacce; quello da sms e chat, che finisce con i sorrisini da parentesi e punti; come dire sono migliori le frasette idiomatiche inglesi che usa con leggerezza e simpatia la Claretta, ovvero Chiara Prezzavento nel suo blog http://senzaerroridistumpa.myblog.it/, Senza errori di stumpa, che non conosciamo personalmente eppure ci è simpatica, grazie al suo modo di scrivere. E crediamo di esserle simpatiche per via dei nostri refusi: quando in una comunicazione, scritta sempre nel suo blog Senza errori di stumpa (sottolineiamo lo stumpa), parlando di case editrici che se la cantano e, volevamo dire, come dire, se la suonano, ci uscì un se la suinano. Ci rispose evidenziando simpaticamente l’errore, giacché diceva meglio della frase corretta il senso vero del nostro argomentare: come dire, le case editrici fanno porcate per imporre libri, malgrado siano privi di contenuti pregevoli, o con un approccio letterario e stilistico che giustifichino la pubblicazione, solo per interessi commerciali. Come dire, pur sapendo che esse, le case editrici grandi, ricche, siano delle imprese, ciò non ci pareva digeribile, considerando un fatto: ci siamo imbattute in fior fiori di scrittori che non trovano il modo di pubblicare se non a pagamento, come d’altronde fanno migliaia di italiani. Chi dovrebbe avere interesse a pubblicarli se non le stesse grandi case editrici? Come dire, la misura era colma e attizzavamo il fuoco della polemica per stanare qualcuno che la pensasse come noi e magari, come dire, sapesse anche meglio agitare argomenti decisivi. E veniamo al punto: non sappiamo se chi ha letto sin qui, come dire, ha portato il conto: ebbene, lo avevamo scritto nove volte, con l’aggiunta dell’ultimo sono divenute dieci, e con il prossimo saranno undici: come dire, abbiamo scritto abusandone volutamente per liberarcene, per non essere indotte in tentazione. È stucchevole: lo sentiamo dire dai politici; lo sentiamo dire dalle commesse al supermercato; dalla omicida nelle varie interviste televisive; dai cuochi mentre affogano il polipo; dal calzolaio mentre ritiri gli stivali che gli avevi consegnato l’inverno prima, con i tacchi distrutti e un chiodo che ti perforava il tallone destro, sperando che ti li ridia senza quel marchingegno medioevale che ti faceva scontare i peccati futuri, anche mentre ancheggiavi sotto i portici di Bologna o lungo le rive della Senna e, assorbita da sentori umidi e lievi odori della primavera incipiente,  chiedendoti, come dire (e son dodici)  che mi sta succedendo, mi sento strana, qualcosa mi affligge, continuavi a startene con la testa tra le nuvole in cerca di un amore, il grande amore, o di un lavoro, o semplicemente fuggendo dalla noia di quattro mura e un libro intonso, noioso sin dal titolo; lo sentiamo dire anche dal passante con il cane al guinzaglio e addirittura ci pare di coglierlo nell’abbaiare di quest’ultimo, mentre di certo lo dice il pappagallo della dirimpettaia e il merlo del ginecologo. Come dire, come dirlo? Il come dire ci ha rotto le scatole! Vogliamo ucciderlo. E, chissà se sarà sfuggito, sin da subito ci siamo permesse di lanciare un messaggio subliminale facendo una proposta: usiamo un altro intercalare, un acronimo, per raggiungere lo stesso obiettivo e un altro ancora:

Ormai Malvonterieri Sogniamo Amore

 

ovvero OMSA. Occorre dire il perché? OMSA, su, non facciamo così, attiviamo la fantasia…  non è poi così difficile uccidere, a meno che non si voglia ricadere nel:

tempo condizionale   presente –  passato  

io, tu, lui, lei, Lei, egli, noi, voi, loro,

Loro essi:

ucciderei
uccideresti
ucciderebbe
uccideremmo
uccidereste
ucciderebbero  

 

avrei ucciso
avresti ucciso
avrebbe ucciso
avremmo ucciso
avreste ucciso
avrebbero ucciso imperativo  

 

o condizionale presente      
(tu)
(lui, lei, Lei, egli)
(noi)
(voi)
(loro, Loro, essi) –
uccidi
uccida
uccidiamo
uccidete
uccidano

OMSA, quanto fu difficile impararli!

 
L’illustrazione: Skrik, L’urlo, 1893, olio, tempera e pastello su cartone di Edvard Munch. E’ alla Galleria nazionale di Oslo. Il quadro appare anche sulla copertina del numero 157 di Dylan Dog; l’uomo che urla è lo stesso Dylan. L’immagine dell’uomo urlante è stata utilizzata anche per costruire la maschera della saga cinematografica Scream.

Alessia e Michela Orlando

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0 Responses to alessia e michela orlando: OMSA: UCCIDERE, COME DIRE, IL NOSTRO SOGNO

  1. somniumhannibalis.com says:

    Travolgenti come al solito, Gemelle! Adoro la vostra maniera vulcanica e tumultuosa di dire cose sottilmente importanti. Uh, questi intercalari onnipresenti che assassinano la lingua vampirizzandola del suo significato… Detto questo, arrossisco e mi dichiaro un po' colpevole: qualche "come dire" mi scappa, a volte – per iscritto e in conversazione. Adesso non riuscirò più a dirlo senza pensare all'Urlo di Munch e ai vostri propositi d'assassinio!E grazie per la citazione!La Clarina