ALESSIA E MICHELA ORLANDO: HORROR – EMOGRAFIA

Alessia e Michela Orlando:
HORROR! EMOGRAFIA

Che effetto potrebbe fare assistere a un fenomeno di EMOGRAFIA? Noi scapperemmo.
In Italia è accaduto, invece, che il misterioso fenomeno rendesse particolarmente affascinante e benvoluto un personaggio da non molto scomparso: NATUZZA EVOLO: (http://www.apparizioni.com/natuzza%20evolo/dati/carismi/carismi%20di%20natuzza.htm).
Ella svelò, e si accreditò come meritevole di fiducia, di avere avuto apparizioni di: Gesù, Madonna, angelo custode; nonché di parlare con le anime dei defunti. Si disse anche spesso delle sue bilocazioni. Come si legge nel sito indicato: “È possibile dubitarne, anche se è veramente difficile non credere di fronte alla dolcezza infinita e all’assoluta umiltà di questa donna”.
Fatto sta che, anche nel detto sito, si sottolinea la emografia, ovvero, appunto, la scrittura con il sangue che avrebbe trasudato: si formavano frasi religiose o disegni di simboli liturgici.
Dal sito:
«Nel 1975 ero primario del reparto chirurgico dell’ospedale di Catanzaro ed ebbi modo di esaminare le stigmate di Natuzza» racconta il professor Raffaele Basso. «In presenza mia e di mia moglie, Natuzza si applicò sul polso, annodandovelo, un fazzolettino di proprietà di mia moglie. Alcuni minuti dopo lo distaccò dalla ferita e ce lo consegnò. Sul fazzolettino si erano formati il disegno di un’ostia con la scritta IHS all’interno, la figura della Madonna con il rosario, la scritta “preghiera”, il disegno di una corona di spine e di un cuore trafitto da una croce. Durante il periodo nel quale lo tenne al polso, Natuzza rimase sempre alla presenza mia e di mia moglie, e di conseguenza garantisco l’autenticità del fenomeno.»

L’ipotesi di cui si legge nel racconto di Mariagrazia Sessa è articolata. Si giunge al colpo di scena inatteso dopo una serie di suggestioni anche sottilmente erotiche e a potenti spinte verso la fame: ci parla di formaggio, esattamente di pecorino di Fossa, e di vino. Poi esplode la bomba, il colpo di scena. Da leggere di corsa.
Il primo racconto, invece, è una ipotesi quanto meno allucinante. Meglio non aggiungere altro.
Ci parla anche di LEO DE BERARDINIS e della sua esperienza di Direttore del festival di Teatro Giovane a Santarcangelo di Romagna, molti anni prima del suo decennale coma.

ALLO SPECCHIO, NELLA TOMBA
Eros, incredulo, rilesse con tono severo le ultime due righe e poggiò l’antico libro in bilico sul bordo del lavandino. Con mano tremante tentò di evitare che scivolasse, trovando strano fosse umido.
Trattenne il respiro, guardandolo sottecchi, senza perdersi di vista; spostò lo sguardo sullo specchio che cominciava a imperlarsi di goccioline. Gli parve che il tempo non passasse più; di essersi ficcato in una immobilità eterna in cui poteva continuare a riflettere sullo sguardo, sul movimento del libro in precario equilibrio, al suo assestarsi, sull’umidità che penetrava nelle ossa, sul cicaleccio che dall’esterno invadeva il bagno assediandolo e inglobandolo in un bozzolo fastidioso, sulla opportunità di rivestirsi immediatamente e smetterla con quel rito spaventoso che avrebbe dovuto fargli rivedere le vite passate, concedendogli la facoltà di smaterializzarsi, per volare nell’aria e seguire le traiettorie desiderate, come le streghe.
Respirò profondamente mantenendo una mano sul plesso solare e decise che avrebbe proseguito.
Ripeté la formula magica con maggior convinzione e ricominciò daccapo l’esercizio. Si raddrizzò; divaricò un po’ di più le gambe sentendo troppo rigidi i muscoli; abbandonò le braccia lungo il corpo; puntò lo sguardo sullo specchio e spalancò gli occhi guardando fissamente la glabella; respirò per l’ennesima volta a fondo e tentò di isolarsi mentalmente. A fatica riuscì a restare immobile e resistere alla voglia di rassettare i capelli. Notò che le sopracciglia erano nerissime e che la pelle era lucida in quel punto.
I rumori svanirono, eccetto il gorgoglio dell’acqua bollente nel pentolino poggiato sullo scaldino elettrico. Non ebbe mai la sensazione che il rito potesse andare a buon fine e sentì di star perdendo tempo; poi comprese che qualcosa di strano stava accadendo, che già il silenzio improvviso aveva un senso straordinario. L’incredibile si avverò.
Ciò che gli era stato promesso ora stava per accadere. O così credette.
Il suo volto cominciò a sfumare e man mano rimase in vista ancora per qualche attimo il solo sguardo, dominato dagli occhi neri; infine sembrò trasfigurarsi. Vide un altro volto e gli sembrò di entrare in un vortice spazio – temporale che lo trascinava irresistibilmente a ritroso nel tempo. Rivide tutta la sua vita scorrere davanti agli occhi di una persona che non conosceva, ma sapeva di essere egli stesso. Per la prima volta era in condizione di osservare chiaramente particolari che aveva solo dedotto o che aveva dato per scontati. Le vicende che gli erano note assumevano tutt’altro senso e si sorprese nell’accorgersi che tutto era successo come se gli eventi fossero stati inevitabili, predestinati. Considerò che avrebbe dovuto riadattare il pensiero ad altre stravolgenti regole grammaticali: adesso era una donna che si osservava, eppure tutte le vicende erano state vissute da lui, da lui che era indubbiamente un uomo.
Rivide le proprie mani dal dorso peloso impegnate nell’inserire il negativo nella sua vecchia Rolleiflex, nel sostituire la batteria alla nuovissima macchina fotografica digitale, nel far scattare centinaia di foto nell’ultima sfilata di moda milanese, nel sistemare le strisce di polvere bianca. E si rivide aspirarla. All’improvviso le mani si erano ingentilite, i peli erano svaniti, le unghie erano laccate, le narici erano divenute delicate e le labbra apparivano carnose e ricoperte da un velo di rossetto lucido.
Continuò a rivedersi in ogni situazione che lo aveva segnato, ma tutto scorreva ad una velocità inconsueta lasciando la sensazione di osservare un film che si dipanava secondo regole non materiali, sfuggenti, eppure capaci di segnare in maniera indelebile il suo cervello. Era dominato dalla sensazione che ogni immagine ne contenesse una infinità che poteva distinguere una ad una. Erano tutte immagini a colori vivissimi. All’improvviso tutto perse il colore e assunse l’intensità del bianconero. Non doveva avere più di cinque anni e già le sue mani armeggiavano con una macchina fotografica minuscola, protetta da un fodero in cuoio marrone scuro. Tutti intorno applaudivano sorridenti. Riconobbe i volti giovanissimi della madre, del padre, quello odioso della sorella neonata, quelli raggrinzati dei nonni. Tre nonni! Si chiese dove fosse il quarto. Non doveva esserci stato il padre della madre? La domanda gli rimase dentro, immobile, come l’immagine di un neonato intento a smuovere le manine nell’aria, con gli occhi spalancati, incapaci di vedere. Doveva essere certamente egli stesso quel corpo nudo che veniva sollevato da due mani e poggiato su un seno. E quel seno non poteva che essere della madre. L’immagine rimase sospesa, mentre superava una barriera di luce bianchissima, abbagliante e vibrante quanto mai gli era successo di cogliere in nessuna fotografia.
Poi accadde qualcosa di ancora più sconcertante e priva di senso. Dall’alto vedeva un letto e una donna distesa. Osservava i suoi sogni e avvertiva angoscia: correva scalza su pietre aguzze, vedeva la scia del proprio sangue, cani che la rincorrevano e infine una mano inguantata di rosso. Si avvicinava sempre più al suo petto e stringeva un pugnale acuminato.
Sentì il desiderio di tornare alla sua condizione attuale o almeno risvegliarsi e fermare quella mano.
Poi rivide il sogno, che prese un’altra piega: si trovava…non poteva; non ce la faceva, non poteva dirselo!
Infine lo fece quasi gridando: era nella sua tomba e si stava decomponendo.

VORREI SENTIRTI

Josephine.
Il camion arrancava sulla salita del Verghereto.
Un telefono stava per squillare.
Ogni volta che Josephine transitava da li, anche se le nubi avessero minacciato la nevicata del secolo, trovava utile sostare per acquistare il pecorino di Fossa. Era ormai divenuto un rito da quando, un paio di anni prima, aveva ceduto d’impulso alla voglia di riassaggiarne.
La nevicata c’era stata davvero, tutta la notte, sugli Appennini; ma la neve fresca non aveva ostacolato la sua marcia forzata verso la consegna di un carico di motociclette nella zona di Forlì. L’improvvisa e inattesa apparizione dell’insegna che indicava un negozio in cui si vendeva quel formaggio tipico, molto costoso, ma gradevolissimo, l’indusse a pigiare violentemente il piede sui freni e il carico ne aveva risentito: il trambusto che sentì dietro la schiena le fece immaginare una catastrofe. Dopo un solo attimo i pensieri si erano concentrati sugli odori di quel negozio gestito da un sardo gentilissimo, che aveva aperto malgrado fosse influenzato. Lei si fidò e si lasciò andare, meravigliandosi della propria loquacità. Mostrò molta competenza, mentre l’altro spiegò che purtroppo la Comunità Europea si apprestava a limitare la produzione di quel pecorino, dettando nuove regole per un disciplinare ormai antico. Vedendola perplessa, senza diventare saccente, con tono dimesso, aggiunse che si trattava delle modalità con cui si doveva selezionare il latte da trasformare in formaggio, con cui lo si doveva lavorare e con cui si doveva obbligatoriamente conservare il prodotto. L’intesa fu immediata e Josephine si sentì attratta da quello sconosciuto che non la fissava mai direttamente negli occhi, che conservava l’accento sardo, che scomparve per qualche minuto. Al ritorno aveva con sé una bottiglia di vino, del pane carasau e vari tipo di pecorino di fossa che andavano da quello tenero a quello più stagionato. Brindarono, mangiarono, si sorrisero. Lei confidò di essere stata fulminata quando l’assaggiò la prima volta. Anche in quel caso aveva effettuato una consegna nei pressi di Forlì e si era concessa una pausa a Santarcangelo di Romagna. Era capitata nel bel mezzo di una iniziativa di promozione della notissima rassegna di teatro giovane, che vi si tiene a cadenza annuale. Il paese appariva ancora più vitale del solito. Orecchiando i commenti positivi di persone che uscivano da una trattoria, La Sangiovesa, vi era entrata.
Si era seduta accanto a un uomo dai lunghi capelli. Le pareva di conoscerlo, ma non riusciva a ricordare chi fosse. Appena ne sentì la voce chiuse gli occhi e comprese chi fosse: era Leo De Berardinis, che quell’anno avrebbe diretto il festival e non poteva certo immaginare che nel suo destino ci sarebbe stato il tragico coma decennale.
Stavolta toccò a lei spiegare all’interlocutore, con bonomia e senza assumere l’atteggiamento da saputella, che De Berardinis era entrato in coma per un errore del chirurgo plastico, che aveva impropriamente usato l’anestesia mentre operava l’attore per eliminargli le borse sotto gli occhi. Per la prima volta l’ospite l’aveva guardata negli occhi e lei si era sentita stravolgere dall’intensità dello sguardo. Quegli occhi scuri le avevano procurato i brividi. Aveva controllato l’istinto e scacciato immagini erotiche, riprendendo il racconto.
Se ne era stata a guardare la chioma e lo sguardo volitivo del drammaturgo e ogni volta che lo aveva sentito parlare con una bellissima ragazza bruna, la sua voce l’aveva fatta vibrare, trasmettendole sensazioni antiche. Le era parso di sentire la voce del nonno, quando gli raccontava dell’orco e del bosco incantato. Anche i suoi intensi silenzi le comunicavano sensazioni infantili. Accadde spesso, ogni volta che con lo sguardo posato lentamente sul bicchiere di vino e poi negli occhi della ragazza, parevano dirle telepaticamente le sensazioni provate. Ormai era tardi per ordinare pietanze da ristorante ed era stata costretto a ripiegare sulla piadina con lo squacquerone e rucola, sui salumi e sui formaggi vari. Tra questi un pezzetto di formaggio profumatissimo l’aveva indotta a conservaselo come ultimo boccone. Fu come innamorarsene. Bevve un altro bicchiere di Sangiovese, lanciò uno sguardo e rilesse una poesia di Tonino Guerra tra le tante appese alle pareti. Trangugiò un altro bicchiere di vino, quasi nell’esatto momento in cui lo fece Leo De Berardinis. L’attore la guardò e, con un sorriso appena abbozzato, fece il gesto di chi brinda alzando il bicchiere un po’ più in alto della bocca. Lei fece la stessa cosa, sentendo il cuore batterle violentemente in petto. Era grata a quell’uomo dell’importanza che le stava dando e non sapeva trovare parole o gesti diversi per ringraziarlo.
In quel momento la ragazza fece un cenno con la testa alla procace cameriera. Spostando lo sguardo verso la caraffa, richiese altro vino.
La cameriera da lontano guardò anche Josephine che spostò lo sguardo sul piatto dei formaggi vuoti. La donna, sorridendo, si avvicinò: “Vuole un altro piatto di formaggi? Se vuole posso far aggiungere del miele e della composta di vario tipo…” .
E lei: “No, grazie. Ne vorrei solo un altro pezzetto di quello più tenero, come si chiama?…”.
“Si chiama pecorino di Fossa. Ce n’è anche una varietà stagionata. La vuole assaggiare?”.
Annuì sentendo sul suo gli sguardi di Leo De Berardinis e della sua commensale.
Solo uscendo dalla trattoria si era liberata delle sensazioni fortissime provate in quel paio di ore. Si sentiva però ancora in balìa delle sensazioni gustative. Le pareva che le papille non volessero abbandonare le suggestioni indotte da quel formaggio ricco di sapienza, cultura e storia.
E si era finalmente ricordata di Davide.
Il sardo assunse un’aria interrogativa e lei, passando al tu: “Beh, avrai capito che non sono una che se ne sta troppo tempo da sola. Insomma, non nego di avere una certa carica, uhm…,come dirtelo, insomma, senza girarci intorno, io sono una abbastanza intraprendente. Sarà per la vita che ho scelto di fare, sarà che l’ambiente degli autotrasportatori mi ha attratto per la mascolinità degli operatori, sarà che a sedici anni già me ne andavo in giro per l’Europa con un padroncino che non smetteva di mettermi le mani addosso, fatto sta che se ho voglia non mi faccio scrupoli. Il rombo dei motori mi eccita, mi mette addosso la voglia di far l’amore, ma se non trovo subito qualcuno con cui valga la pena farlo, uno disponibile c’è sempre. Il mio lui è Davide.
Il sardo era rimasto sorpreso per le confidenze e aveva inutilmente cercato un modo per dirle che la trovava affascinante e che la desiderava. Poi le trovò: “Di là c’è una lavatrice potente. Non dico che il motore può sostituire quello di un camion, ma siccome traballa quando fa la centrifuga, potrebbe essere stimolante…”. Lei si era alzata, gli aveva steso una mano e aveva già sentito piacere. E così andò.

Davide.

Sul quadrante del cellulare enorme e pesante, comparivano i segni di ben otto telefonate perse ed erano segnalati sei messaggi. Li lesse. La scritta era sempre la stessa: “Vorrei sentirti”.
Solo allora la malìa che l’aveva conquistata sembrò svanire.
Telefonò e la voce più capace di trasportarla nel mondo del desiderio l’avvolse:
“Dove sei?”.
“A Santarcangelo di Romagna. Ho appena finito di mangiare. Sapessi chi era seduto accanto a me…”.
“Chi?”.
“Leo De Berardinis”.
“Ah! E’ un grandissimo quello. Ti ricordi quando vedemmo il suo “King Re Lear” a Mercato san Severino?”.
“E secondo te avrei mai potuto dimenticarlo? Non fu solo quello un affascinante e bellissimo spettacolo. Lo fosti anche tu. Ricordo chiaramente il tuo petto intravedersi tra il nero della camicia. E ricordo il tuo odore maschio. E ricordo quanto amore ci fu tra noi quella notte. Tu, tu dove sei adesso?”.
“Sono in un hotel a Lugano, disteso lungo sopra un materasso durissimo”.
“E che ci fai?”.
“Ti telefono! E, per la verità, speravo di sentirti prima. Ti cerco da più di due ore, con il desiderio di sapere qualcosa di te. Ovviamente se eri ad una distanza adeguata avresti potuto raggiungermi. Ti garantisco che ne vale la pena. Si mangia anche bene. Manchi solo tu.”
“Anche io ho mangiato benissimo. Ho scoperto un nuovo formaggio. Nuovo almeno per me. Probabilmente tu lo conosci e sapresti consigliare un vino adeguato. Io ho bevuto Sangiovese”.
“Se fosse il pecorino di fossa la risposta è si, lo conosco”.
“Proprio di quello si tratta…”.
“Benissimo, complimenti per i tuoi gusti. Si, il Sangiovese si sposa bene con i sentori speciali di quel formaggio. Ma si potrebbe osare anche accompagnare quello più stagionato con un vino strutturato. Addirittura si potrebbe provare con qualche vino campano; ad esempio l’Asprinio di Aversa o il Taurasi. Proprio ieri ne ho parlato: ho presentato il mio ultimo libro sulle cantine italiane, qui, in Hotel, e ho dovuto rispondere ad un giornalista francese che mi ha colpito con una domanda veramente pertinente. Con la sua erre affascinante, ma in buon italiano, ha detto: Ho sentito parlare di un vino della Campania, il Taurasi. Mi sa dire cosa narra quel rosso?”
“Scommetto che tu ne hai parlato per mezzora almeno”.
“No. Ho dovuto contenere la risposta in cinque minuti. Ho fatto in tempo a dire che si trattava del vino prodotto dall’antichissimo Aglianico, una volta noto come Hellenico, lasciato stagionare tre anni, di cui almeno uno in botti. E chiaramente ho potuto dire del suo riflesso arancione, dell’origine pre-romanica di cui si vantano i viticultori di quella zona dell’Irpinia”.
“E già, l’Irpinia!. Ogni volta che sento quel nome mi vengono in mente i lupi. Ma sapessi che tempo s’incontra in questa zona! Altro che lupi; spesso mi viene da pensare agli orsi polari. Sarà che io sono cresciuta in un paese caldissimo, ma non mi sono ancora abituata al vostro clima. Soffro proprio tanto il freddo…”.
“Se hai freddo anche in questo momento sai cosa dovresti fare. Trova il modo di venire da me e saprò ripagarti”.
“Dici che lì non fa freddo? Non mi pare che Lugano sia caldissima. E il lago, non la rende umida?”.
“In Hotel si sta benissimo. La città è ben organizzata. Io, in queste ultime due ore, dopo aver lasciato la via Nassa, piena di negozi e vetrine bellissime, ho percorso sedici volte la strada che dall’hotel conduce appunto al lago. Sono duecento metri”.
“Quindi hai percorso tre chilometri e duecento metri. Ti sarai stancato, poverino, e avrai bisogno di un massaggio immagino…”.
“Per la verità no. Solo così il tempo mi è passato più velocemente. Me ne sono stato tutto il tempo a tentare di sentirti, a spedire e rispedire sempre lo stesso messaggio, a ricordare di te, del tuo odore, della tua voce”.
“Non mi pare che tu abbia fatto qualcosa di così speciale. Possibile che non avevi altro di meglio da fare?”
“Per la verità il pensiero di te mi sarebbe bastato. Purtroppo spesso è stato turbato da un altro pensiero…”.
“Non starai mica per dirmi che mi hai tradito o che stai per farlo…”.
“No. Se così fosse non te lo direi. Sai come la penso. No. Si tratta di una cosa incredibile che riguarda il giornalista di cui ti parlavo. Durante tutta la manifestazione l’ho visto sparire più volte, seguito da una giovane veramente avvenente. Una bionda altissima, elegante, dalle forme perfette. Ovviamente ho creduto che si assentassero per ragioni che puoi intuire…”.
“Ma dai! Pensi sempre che la gente non abbia da fare altro che starsene a letto a smanacciarsi e slinguazzarsi…”.
“Non negherai mica che quella è un’attività che assorbe la maggior parte del tempo, soprattutto in certe età! Anche se mi pare che i giovani comincino ad essere distratti da altro, ancora si cede all’istinto ed alle passioni d’amore. E poi, tu, proprio tu, mostri perplessità su questi temi? Credi non abbia notato che ti basta sentire il rombo di un motore per eccitarti come una scimmia?”
“Ma quei due sono così giovani?”
“Lei si. Credo non abbia più di ventidue, al massimo ventitre anni. Comunque, stai serena, non crederai alle tue orecchie. Adesso ti dico tutto, ma siediti e ascolta bene. Caspiterina! Scusa se non mi senti bene, sta passando un’autoambulanza. Oh, è seguita da due auto della polizia con le sirene spiegate. Chissà che è successo. Mi senti?”.
“Si, ti sento eccome! Mi piacerebbe farlo con te in una autoambulanza. Mi senti? Davide, che sta succedendo? Che è tutto quel frastuono?”.
“Eccomi, si sono allontanate. Non so se l’hai capito, ma la voce sarà certamente stata coperta dalle sirene di un’autoambulanza e da due auto della polizia. Non so cosa sia successo, ma si dirigevano a velocità pazzesca verso l’Hotel. Ho visto un passante saltare per non essere investito”.
“Stai andando verso l’Hotel? Ma non eri sul letto?”
“Si. Sono uscito mentre parlavamo. Non ti sei accorta che siamo a telefono da un quarto d’ora almeno? Adesso rientro. Voglio farmi, anzi, voglio prendere come usano dire i francesi, una doccia di almeno un’ora per calmare la mia voglia di te e cancellare la stanchezza che adesso si comincia a sentire”.
“Stavi dicendomi di qualcosa d’incredibile. Come sempre ti sei perso per strada. Dai, dimmi tutto”.
“No, non avevo dimenticato; è che mi pare veramente incredibile ciò che ho visto”.
“Dai, dillo e subito. Sono proprio curiosa, Davide. Se la tiri per le lunghe mi fai veramente venir voglia di prendere un taxi e correre da te. Ma non mi assumo responsabilità su ciò che accadrà durante il viaggio…”.
“Allora non te la dico…”.
“Facciamo così, ti prometto che domani sarò da te, distesa su quel materasso, a gambe…lasciamo stare. Ma adesso dimmi tutto”.
“A che ore ci puoi essere?”
“Perché è importante l’ora?”
“Josephine! E togliti una buona volta il vizio di rispondere sempre con altre domande. Insomma, dai, non fare l’ingenua. Prima arriverai meglio sarà. Anzi, appena arriverò in hotel chiederò di riservare una Suite”.
“Questa si che è una buona notizia!”
“Il tuo entusiasmo merita subito una ricompensa. Immagino che ti sarai seduta; immagina anche tu qualcosa: un bel bacio dove più lo desideri. Allora, ti dicevo, quei due sono una coppia strana e non bene assortita. Lei, lo avrai capito, è una stangona da fiaba; lui è un tipo proprio mal messo. Si vede che è stato un bell’uomo, ma adesso è bianco come uno straccio lasciato in ammollo nella candeggina per due giorni e poi strizzato da due scaricatori di porto in continuazione, per almeno altre due giornate. Ebbene, la cosa strana è che ogni volta che si allontanavano, al rientro lei indossava i medesimi vestiti; invece lui indossava altri capi di abbigliamento. Non avrei trovato strana la situazione, e forse non mi sarei accorta di nulla, se non avesse cambiato anche la camicia e la cravatta. Mi segui?”
“Certo, come potrei non farlo? Mi pare veramente strano ciò che racconti. Non riesco a capire dove arriverai, ma mi stai mettendo una certa angoscia addosso. Ho quasi paura di sentire il seguito”.
“Tu saresti angosciata solo perché ascolti il racconto di una cosa assurda? Immagina quanto lo sia stato io per quello che ho visto!”
“Davide, basta, per cortesia dimmi tutto e fallo in una sola frase che non ce la faccio più”.
“Non potrebbe bastare una sola frase. Tu comincia ad immaginare il sangue, il colore del sangue.”
“Fatto. Salvo errore è rosso. O no?”
“C’è poco da scherzare, Josephine. Io spero che a te non succederà mai di vedere ciò che ho visto io. Non volevo credere neppure ai miei occhi. Ebbene, l’Hotel dove pernotto ha ospitato anche la mia conferenza. Naturalmente c’è stata la presentazione dell’evento, la traduzione simultanea di ciò che dicevano tre relatori prima di me, che avevano letto il libro e ne hanno parlato benissimo. A un certo punto, per caso, ho distolto lo sguardo dalla scaletta del mio intervento, e ho notato che man mano in molti si prenotavano per intervenire. Ho guardato più volte la gente che arrivava anche durante i vari interventi. E ho notato, come ti ho detto, i movimenti di quella coppia. Mi sono distratto altre volte a osservare i volti più strani dell’uditorio. C’erano quattro o cinque africani, qualche volto che mi è sembrato egiziano, una decina di cinesi. E c’erano sempre quei due. Lui prendeva appunti, ma ogni tanto alzava lo sguardo verso la ragazza che non lo perdeva mai di vista e si alzavano prendendo la direzione della porta. Ovviamente mi chiedevo dove andassero. Non poteva trattarsi dell’esigenza di andare al bagno o al bar, giacché tardavano una decina di minuti prima di rientrare. La prima volta che ho notato la loro manovra ho pensato che si stessero annoiando o che non fossero interessati e pertanto andavano via. Mi sono lasciato riassorbire dalle relazioni per non perdere considerazioni su cui magari avrei dovuto poi articolare qualche mia valutazione. Naturalmente mi sono poi meravigliato quando li ho ritrovati seduti al loro posto. Mi segui ancora, Josephine? Dai un segno di vita ogni tanto, altrimenti penso che ti annoi anche tu”.
“Ti sento e per la verità a volte mi annoio, ma non per quel che dici. Vorrei che tu mi svelassi subito la ragione di tanta tua curiosità e della mia apprensione. Spero che non ti sia accaduto nulla di brutto”.
“Non so tu come la definiresti la cosa che ho visto. Io dico che è pazzesca. Ebbene, alla fine della conferenza, mentre in molti si sono avvicinati a me per complimentarsi e farsi dedicare il libro, quei due si sono allontanati. A quel punto non ce l’ho fatta più. Ho salutato un po’ di gente e li ho seguiti. Li ho visti entrare in una stanza deducendo fosse la loro. Non ho sentito lo scatto della serratura della porta. Ho accostato la mia mano ed era effettivamente appoggiata. Ho spinto quanto bastasse perché potessi osservare dentro. Lo so, tu penserai che ho spiato. Va bene, ho spiato. La stanza in penombra mi è parsa ben arredata, come tutte. Poi si è accesa la luce abbagliandomi. Allora, solo allora, quando ho riaperto gli occhi, resistendo alla tentazione di andare via essendo convinto che li avrei visti in una situazione erotica, ho visto qualcosa di incredibile. Entrambi mi davano le spalle e la ragazza lo aiutava a spogliarsi da dietro. Quando è rimasto in camicia ho visto chiaramente qualcosa di rosso. Ho messo bene a fuoco e ho potuto leggere delle scritte e distinguere dei simboli. Si notava chiaramente la scritta Christo, con la acca, ho visto una croce stilizzata fatta di due segmenti: quello verticale, lungo almeno una dozzina centimetri, e quello orizzontale, di almeno cinque o sei. Ho notato una macchia che mi ricordava il volto della Madonna o della Maddalena e addirittura come se alle spalle ci fosse un albero senza foglie. C’erano altre scritte che non potrei descrivere, forse in aramaico. Infine, sfilata la camicia e la canottiera, ovviamente con gli stessi segni direi atroci, ho potuto vedere il sangue vivo sgorgare come fosse una macchia di umidità sempre più alimentata, ma da un liquido rosso. Josephine, quello era sangue, sangue che usciva in continuazione e disegnava con precisione scritte e immagini. Che ne pensi? Ti sento perplessa”.
“No, non perplessa, bensì attonita. Mi hai fatto vedere la scena attraverso le tue descrizioni e la trovo orripilante. Possibile che questi fenomeni siano veri? Non credo sia un miracolo, a me pare una condanna a morte eseguita lentamente”.
“Josephine, la vita stessa è una condanna a morte eseguita più o meno lentamente. Il problema è la qualità della vita di quel signore. Grazie a ciò che ho visto, ho potuto spiegarmi la ragione del suo biancore. Un dramma, è un dramma per lui e per chi gli vive accanto”.
“Mi dispiace anche per te. E dopo che è successo?”
“Sono fuggito ritornando in sala conferenze, dove mi aspettavano con champagne e leccornie che non ti dico. Quindi c’è stata la conferenza stampa che ti ho detto. E stavolta anche la ragazza si era cambiata. Indossava un abito rosso splendido, certamente firmato da uno stilista importante. Oh, Josephine, scusami, ma forse devo riattaccare: l’ambulanza e le auto della polizia sono ferme davanti all’Hotel. Ti chiamerò dopo. Ciao”.

Josephine e Davide.

Il telefono squillò.
“Pronto? Josephine, sono costernato! Vieni prima possibile, ti prego e scusami se piango”.
“Perché singhiozzi, che succede? Dai! Tranquillizzati. I problemi non esistono. Se sono definibili tali, vorrà dire che sono risolvibili, e dunque non esistono…”.
“Josephine, Josephine, cuore mio…non ce la faccio! Se potessi lo direi anche io…”.
“Davide, per cortesia, fammi capire e calmati. Cosa, che cosa diresti?”
“Oh, Josephine, ti prego corri da me. Scusami se frigno come una femminuccia, ma non riesco a farmene una ragione.”.
“Davide, scusa se mi incazzo come un maschiaccio, ma giuro che appena arriverò da te ti picchierò. Sto partendo. Arriverò prima possibile, ma non lasciarmi sulle spine. Che succede?”
“Josephine, luce dei miei occhi, vorrei diventare cieco, vorrei morire…”.
“Davide, smettila cavolo, altrimenti ti sparerò in bocca!”.
“Scusami, Josephine, sono fuori di me. Non credo ai miei occhi, ma è di nuovo tutto vero, fin troppo vero. Quello, l’esangue, quello che scrive con il sangue, ha tentato di svenarsi davanti all’Hotel e quella bellissima bionda è inginocchiata per terra, disperata, con le mani tra i capelli, scalza, sotto la pioggia battente. Dovresti vedere le sue mani insanguinate sui capelli biondi! Un attimo, un attimo solo, aspetta in linea…”.
“Davide, ma che cazzo mi combini, ti prego, dimmi. Davide…Davide…”.
“Tutto a posto Josephine. La ragazza si è alzata; sorride, ride. Un poliziotto le sta mettendo addosso la sua giacca. Pare che respiri. A dopo, amore. Ti chiamerò dopo”.

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0 Responses to ALESSIA E MICHELA ORLANDO: HORROR – EMOGRAFIA

  1. Carlo Muccio says:

    Ragazze, ma sono racconti pazzeschi! E’ mai possibile che sia accaduto tutto ciò? Stento un tantino a crederci! Spesso si ingigantiscono le cose ed i racconti passando di bocca in bocca vengono stravolti e gonfiati! Sarà il caso di prendere per le pinze tutto ciò? Comunque, devo ammettere che mi sorprendete ogni giorno sempre di più! Sono certo che si sentirà prima o poi parlare alla grande di voi! Salutoni Carlo

  2. Alessia e Michela Orlando says:

    I racconti, Carlo, sono di certo opera di fantasia. Sul resto, su Natuzza Evolo, non ci pronunciamo.
    La ricordiamo in una intervista televisiva…