alessia e michela orlando: A CHIE PERDE IL POSTO DI LAVORO. E AI SUOI FIGLI

Arietta settembrina

 

Ritornerà sul mare

la dolcezza dei venti

a schiuder le acque chiare

nel verde delle correnti.

 

Al porto sul veliero

di carrube l’ estate

imbruna, resta nero

il cane delle sassate.

 

S’ addorme la campagna

di limoni e d’ arena

nel canto che si lagna

monotono di pena.

 

Così prossima al mondo

dei gracili segni,

tu riposi nel fondo

della dolcezza che spegni.

Alfonso Gatto

 

LA FABBRICA E MELAMPO

 

Tutto era accaduto non certo per finzione  e neppure per eccessiva voglia di educarlo.

Il macigno gravava sulla coscienza; e sulla schiena, sempre più ricurva. Se lo era chiesto per giorni e giorni: avrebbe mai potuto dimenticare quegli occhi? E perché mai lo aveva fatto? Cosa aveva consentito che la sua mano si alzasse all’altezza della guancia imberbe? Quale leva interiore l’aveva così tanto incattivita, sino al punto da generare la potenza esplosiva con cui lo schiaffo era esploso e si era sedato contro il viso di quel ragazzo? Quel ragazzo: suo figlio!

Melampo, lo aveva chiamato, quel frutto dell’amore. Lo aveva fortemente voluto e non si era arresa all’idea che sarebbe stata sola; che lo avrebbe dovuto sentire orfano; che tutto ciò sarebbe stato un problema. Lui, il padre, era scomparso, volatilizzato come la neve di primavera, al primo sole. E si era sciolta ogni idea di famiglia. D’altronde, era proprio necessario? Non lo era. La conclusione ronzava per la mente in ogni occasione. Così era accaduto anche il primo giorno di scuola: si era fatto bellissimo e ogni giorno diveniva più bello, Melampo. Non avrebbe potuto dire a chi somigliasse; non ricordava già più il volto di suo padre, quando si era rifatto vivo: Che dici, ci rimettiamo insieme? Erano bastati tre giorni e, sedati gli ardori esplosi repentinamente, era scomparso di nuovo. Poteva bastare così; non sarebbe mai più successo. Con la certezza di dover dividersi tra Melampo e la fabbrica, si era lentamente persa di vista: parrucchiere mai; sigarette basta; un filo di trucco per le recite; qualche indumento decoroso via via che gli altri indumenti si usuravano; auto no; cinema, teatro, bar, libri, mai. Per le calze non c’erano problemi, così come non c’era per le altre colleghe. Era davvero una fortuna produrle e conseguire ogni mese la vittoria dello stipendio che arrivava puntualmente. Seppure con qualche difficoltà, anche gli ultimi tempi, giungeva alla quarta settimana senza grande apprensione. E, poi, cos’altro avrebbe potuto voler di più? Melampo, era ormai un amore di ragazzo; frequentazioni; tranquillizzanti amici simpatici; la sua voglia di divenire calciatore; la scuola calcio raggiunta a piedi; qualche volta il mare raggiunto, invece, con mezzi che non aveva voluto svelare. Ma che fa? Che potrebbe mai fare se al ritorno mangiava avidamente il suo piatto di pasta, la bistecca e le mele, pronto a scappare per incontrare la ragazzina che definiva già come il primo e anche ultimo amore della sua vita? 

Tutto procedeva normalmente; poi era esplosa la bomba atomica: la fabbrica va via; la fabbrica non ci sarà più e neppure lo stipendio, ovviamente; la disperazione; l’assenza immediata delle piccole sicurezze; il futuro cancellato. I ricordi riuscivano ancora, talvolta,  a prevalere sul presente. Le pareva ancora di sentire la vocina di Melampo intento a ripetere mille e mille volte la poesia di Alfonso Gatto:

La partita di calcio

Boccaccio era il portiere,
il gran portiere giallo
della squadra del quartiere.
Stava all’erta come un gallo

sulla porta del campetto
alla periferia.
Diceva: << Qua sul petto,
ed ogni palla è mia >>.

Ma quel giorno, chi lo sa,
sbuca di qua sbuca di là
– Boccaccio attento! – pa pa
la palla è in rete. << Ma va,
ma va, Boccaccio, è uno >>.

Attento, di qua di là,
passa non passa, tira.
Boccaccio si rigira;
si tuffa – passerà?-
<<Qui non passa nessuno >>,
ma la palla è nel sacco.

E son due. Lo smacco,
i fischi, e poi sotto…
<< Salta a pugno, Boccaccio,
ma non la vedi dov’è,
salta, salta…>> E son tre.

E quattro e cinque e sei.
– Boccaccio dove sei?-
E sette e otto e nove
e piove e piove e piove
con grandine e con tuoni.

Quattordici palloni
nella rete di Boccaccio
poveretto poveraccio,
bianco come uno straccio
col berretto da fantino
ubriaco senza vino.

Quanti fischi! e poi << cretino >>,
<< pastafrolla >>, << posapiano >>,
<< tappabuchi >>, << moscardino! >>
Oh, quel povero Boccaccio
nella furia del baccano
si strappava i suoi capelli
e la folla dai cancelli
gli gridava: << Ancora, ancora >>.

Tutti tutti, ad uno ad uno
si strappò capelli e baffi
e poi schiaffi sopra schiaffi
si ridette per lezione.
Restò lì con la sua testa
tonda, liscia come palla.
<< Oh, son quindici con questa
– gli gridò dietro la folla –
tappabuchi, pastafrolla
vai a guardia d’un portone…! >>

E difatti il buon Boccaccio
col berretto e col gallone,
mani pronte e spazzolone,
oggi è a guardia d’un portone
dove passano persone
che fermare egli non può,
dieci venti cento e più.

Il portiere! Il desiderio di assomigliare a Dino Zoff. Anche quel sogno era destinato a svanire; un vero peccato, giacché lui aveva tutto, tutto ciò che serviva per quel ruolo: il fisico, la prontezza di riflessi, la capacità di farsi trovare pronto in ogni momento e quel pizzico di follia per buttarsi a capofitto tra le gambe degli attaccanti o lanciarsi diritto, parallelo al manto erboso, verso il palo, per intercettare con la punta delle dita il perfido pallone che aveva assunto una traiettoria ingannevole, sapendo di finire con la testa contro il legno. E lei lo ammirava, gustandosi le pacche sulle spalle a lui sferrate virilmente dai compagni, come se avessero regalato a lei dozzine di rose rosse. Nulla. Anche quel desiderio era destinato a svanire nel nulla. Per fortuna, ogni tanto, qualche buona notizia arrivava dai giornali, dal sindacato, dalla televisione: domani ci sarà un incontro alla Regione. Siamo certi che tutto si sbloccherà…Avete visto che successo? Tutti hanno parlato di noi. Che emozione si è dispersa nell’etere quando si è aperto quel sipario e tutti ci hanno guardato ad Anno Zero!

Attimi intensi, di speranza e nuovamente di ricordi: la voce gli occhi neri, vispi; i capelli arruffati di Melampo, bambino simpatico e inarrestabile; attivo quanto meditabondo negli attimi importanti della sua vita: il primo giorno di scuola; la prima volta  a cinema; il primo pallone Santos;  la prima bicicletta; la prima racchetta di ping pong. Talvolta le era parso che volesse chiederle qualcosa e le era sembrato che sentisse la mancanza di una figura paterna; ma poi aveva cominciato ad appassionarsi alle poesie, e quando si era imbattuto in un’altra poesia di Gatto, il cui protagonista portava il suo nome, l’aveva scritta con grafia irregolare e volitiva su un foglio giallo. Le aveva chiesto di farne delle fotocopie e li aveva appesi dappertutto, anche nell’androne del palazzo. C’è ancora, e tutti i condomini possono leggerla:  

Il bambino di gomma

Melampo era un bambino
di gomma e cancellava
i passi che segnava
mettendosi in cammino.

Era di gomma rossa,
tondo come una palla,
e stava sempre a galla
nel bagno, e senza ossa

dolce, tenero, buono,
scendeva dalle scale
senza mai farsi male
saltando dal balcone.

A scuola era bocciato,
sempre il quaderno bianco!
Eppure era il più franco
a scrivere il dettato.

Scriveva e poi cassava
con la mano di gomma,
i numeri, la somma,
le lettere, e tornava

a scrivere, a cassare.
E sempre zitto rosso
con tutti gli occhi addosso
senza poter parlare.

O povero Melampo!
Un giorno, detto fatto,
saltò su di scatto
e si bucò la pancia.

Fischiò come un pallone
sgonfiato d’ogni affanno
e visse senza danno
tappando col bottone

il buco della pancia.

Visse nel tempo antico
Melampo – ve l’ho detto? –
Fischiò col suo fischietto
premendosi a soffietto
il disco all’ombelico.

 

 

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