BANG BANG! I CORVI…

I Corvi e il corvo Alfredo; tappa del Cantagiro 1966.

I CORVI

Non mi ero mai trovata in un imbarazzo così frastornante, da sola; con me stessa, ritta davanti a uno specchio.
La domanda mi era esplosa nella mente e sapevo già che non avrei mai trovato risposte:
Di che son fatti i sogni? Qual è l’elemento preponderante? Quali sono le altre sostanze che, combinandosi in maniera singolare, riescono a rendere la sensazione dell’impalpabilità; lasciando lo stesso, malgrado tutto, segni incancellabili così come accade nella vita reale?
Sembrava una questione da poco. Questione di lana caprina!
E come mai non sorridevo e indulgevo in una espressione facciale torva?
Perché, a cosa era dovuto tutto ciò che vedevo?
Mi ri-guardavo e vedevo sempre le stesse cose: sguardo smorto; sopracciglia abbacchiate; fronte aggrottata; labbra stirate e rivolte in giù; pelle diafana; capelli scarmigliati che lasciavano intravedere un solo orecchio e l’altro nascosto, come non lo avessi.
Era tutto ciò che vedevo e non mi stancavo di rivederlo. Ma ero io davvero?.
Forse si. Forse ero anche quello.
A pensarci bene non mi vedevo neppure. Mi sembrava di vedermi come esattamente avrei dovuto essere dopo una notte insonne.
O avevo dormito troppo?
A quel punto i dubbi erano troppio: ci volevano otto tazze di caffè. Almeno otto tazze di caffè!
Quante ne avevo bevute la mattina precedente, prima di ricordarmi del sogno ricorrente?
E che mi ero chiesta dopo averle bevute?
Ecco quel che ci voleva: un bel flash-back; e tutto sarebbe tornato al suo posto.
Sarei rientrata anche in me. Non c’erano dubbi. Almeno su questo.
Il flash-back salvifico; il ritorno indietro nel tempo che ti salva, anche se non muovi di una virgola i fatti, ciò che davvero accadde. Si, si. Occorreva proprio quello.
Restava un solo dubbio: ma le coltellate ricevute in sogno sul petto, alla gola, alla schiena mentre tenti di fuggire, quelle che non ti consentono di riavvolgere il nastro dei ricordi, essendo ormai divenute un incubo da cui fuggi, ammazzano oppure no?
E, se non ammazzano, possono far male e dissanguarti ugualmente, come accade nella vita reale?
E qual è la colonna sonora adeguata per commentare una faccenda del genere, evitando i soliti Goblin, Dario Argento e “Suspiria”, “Profondo rosso”, “Quattro mosche di velluto grigio”?
E dove accadde la prima volta? Dove ero quando per la prima volta mi furono inferti quei colpi mortali, ma per fortuna dormivo?
°°°°°

Sette o otto anni? O addirittura sei o dieci?
Avevo sentito la sua voce, ma non mi ero girata: “Stasera ci sono “I Corvi”…”.
Dalla cucina, senza alcuna eco e in maniera squillante, era giunta un’altra voce: “I corvi, chiii? Addò!”.
E la prima voce, serafica e senza alcuna variazione, neppure del tono e del colore: “I Corvi…il complesso di Parma che cantava “Un ragazzo di strada”. Allo stadio “Vestuti”, alle ventuno”.
Seguì un silenzio tombale.
O così mi parve.
Li conoscevo quelli, gli uccelli, i corvi. Non erano certo brutti, anche se il loro verso…Beh, se sentito all’improvviso, mentre sei distratto, se non ti ferisce, qualche allarme lo fa scattare…
Ma dovevo li avevo visti? In qualche film? In qualche luogo?
Ne disegnai una cinquantina: ali nere, aperte, nel cielo azzurro.
Muti.
Sorvolavano una bambina. Anzi due, che se ne stavano con il capo rivolto verso di loro, rette da due gambe sottilissime e con le scarpe luccicanti, a braccia tese come volessero acchiapparli.
Rosse.
Erano rosse le scarpe e neri i corvi.
Alle ventuno in punto quelli strimpellavano le chitarre e faceva molto caldo.
Avevano i capelli lunghi e mi parevano brutti come la peste.
Li ricordo neri. E ricordo borchie, riflessi, suoni perforanti e rintronanti.
Un gruppo di scalmanati, sulla quarantina, mi parevano capitati lì quasi per caso.
Ma poi presero a cantare con loro e a far la ola, ad accendere fiammiferi, cerini e accendisigari.
I telefoni cellulari, quelli capaci di fotografare a raffica e realizzare film da mettere su youtube non esistevano ancora?
E neppure le macchine fotografiche digitali, quelle che sparano luci da flash a ottocento metri di distanza o giù di lì?
Cantavano quelli!
E io avevo sonno.
Che ci stavo a fare lì? Mi potevano mai interessare quelle barbe, quegli occhiali scuri, quei cappelli, quel fumo aromatico di sigarette che non avevo mai annusato?
Le ginocchia inguantate nei blu jeans erano vicine.
Mi bastò poggiare la testa e me ne andai.
Nulla. Non ricordo cosa accadde dopo.
Mi ritrovai a casa, nel letto.
Solo una frase mi girava per la mente. La voce era sempre quella: serafica e senza alcuna variazione, neppure del tono e del colore: “Meno male che certe cose accadono solo nei sogni”.
Mi pareva di sentire anche un sottofondo di chitarre: dleng…dlenghete….dddadda ddaddlllenghete dleng…dlenghete….dddadda ddaddlllenghete dleng…dlenghete….dddadda ddaddlllenghete
Si trattava di quei suoni che qualcuno oggi chiama “riff” alla James Marshall. Ovvero alla “Jimi” Hendrix.

Copertina: The Jimi Hendrix Experience

Contemporaneamente la batteria faceva quasi: TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC TOC…
A ogni TOC mi veniva di dire. “Chi è?”
E mi pareva di aver paura. Forse tremavo.
Mi ricordai anche di un BANG: anzi due BANG BANG! Anzi troppi BANG BANG BANG BANG.
E poi mi ricordai del resto:

Avevamo cinque anni
correvamo sui cavalli
io e lei contro gli indiani
eravamo due cowboy
Bang bang di colpo lei
bang bang lei si voltò
bang bang di colpo lei
bang bang a terra mi gettò
No non si può fermare il tempo
non si può mutare il vento
quindici anni aveva lei
ricordo quando mi baciò
Bang bang di colpo lei
bang bang lei si voltò
bang bang di colpo lei
bang bang a terra mi getto
Sempre al mondo ci sarà
chi quei colpi sparerà
Sempre al mondo ci sarà

chi quei colpi sparerà

Mi ricordo ancora del resto. E posso verificare se sia vero, se tutto corrisponda, ogni qualvolta lo desideri, digitando youtube i corvi…

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